Se il potere ti fa perdere la testa …e il contatto con la realtà- l’Unità 30.06.03

Se il potere ti fa perdere la testa …e il contatto con la realtà- l’Unità 30.06.03

Giugno 30, 2003 2001-2010 0

Caro Professor Cancrini
ricordo che un pomeriggio di qualche anno fa, dopo aver letto sul vecchio «Avvenimenti» un suo articolo riguardante il «narcisismo patologico e il sé grandioso», patologia a mio avviso pericolosa e molto diffusa in ambiente universitario, ebbi con lei un colloquio telefonico nel corso del quale ricevetti conforto, si fa per dire, circa quella mia convinzione. Apprezzai anche la sua disponibilità atenere, eventualmente, una conferenza sul tema.
In questi giorni di ineffabili, irrefrenabili, compulsivi, pirotecnici, «deliri» presidenziali, culminati da ultimo nel «proclama turco» richiamantesi erasmianamente alla «lungimirante visionaria follia» (una vera e propria confessione spontanea), è maturata in me una grave preoccupazione: che il nostro presidente del Consiglio, poverino, possa essere gravemente affetto, appunto, dalla suddetta patologia narcisista (lui solo però, non altri furbastri della sua corte), patologia che i suoi problemi giudiziari di imputato, di carattere in tal caso secondario rispetto ad essa, contribuirebbero ad acuire.
Se così fosse, in fondo, egli non sarebbe responsabile di quello che dice e di quello che fa, (e che non fa) al punto da non rendersi nemmeno conto che potrebbe risolvere i propri problemi giudiziari (e automaticamente molti dei nostri) semplicemente accettando di sottoporsi ad una perizia psichiatrica e, nell’eventualità di un riscontro positivo, convincendosi a «lasciare», accompagnato da un doveroso, umano rispetto per dirigersi verso acconci lidi terapeutici. Già, ma – lei mi controbatterà – cogliere
questa opportunità non è nell’orizzonte psicologico di una personalità così strutturata (in senso psicologico) la quale, già riottosa agli interrogatori in tribunale, figuriamoci quanto avverserebbe un’eventualità del genere (dopo le toghe, anche i sofà e i camici «rossi»!).
E allora come fare? Come può un cittadino, che non sia peraltro uno stretto famigliare (ma l’Italia non è per lui una grande famiglia?) trovare il modo di chiedere, in nome di quella prevenzione di cui tutti si riempiono la bocca, una perizia psichiatrica finalizzata ad accertare che il Capo del governo del suo Paese sia, come è giusto che sia, nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali? Ciò, soprattutto, al fine di evitare il rischio che il Paese stesso vada verso la rovina istituzionale/politica/economica oltreché incontro al discredito e al ludibrio internazionale. Non sarebbe già sufficiente, all’uopo, quel patto televisivo che egli ha «sua sponte» stipulato con i cittadini italiani, volenti o nolenti, votanti o non votanti, nel «salotto di Vespa»? Un patto non configura una «reciprocità»? A parole sono tutti per la prevenzione: allora perché tutti (leaders politici, opinionisti, cittadini comuni), a fronte degli sfracelli che il Nostro quotidianamente combina, si limitano a dire o a scrivere che egli «delira» (e non credo lo si dica nel senso di attribuirgli un «febbrone passeggero») e nessuno invece, consequenzialmente – e coerentemente – ha il coraggio civile di porre il problema della verifica del suo stato mentale? Oltretutto lo si farebbe nel suo interesse.
A lei l’ardua questione medico-giuridica.
Marcello Gaggiotti, Perugia

La sua lettera, che sottoscrivo pienamente, ha molti meriti. Propone con chiarezza un affascinante quesito diagnostico. Indica, con altrettanta chiarezza, la differenza che c’è fra il dire e il fare, fra ciò che si sa sui disturbi narcisistici della personalità e ciò che si può fare in concreto in quanto psichiatri e psicoterapeuti. Sottolinea, con precisione, i rischi che corriamo tutti insieme nel momento in cui un potere eccessivo si concentra nelle mani di persone la cui mente va lentamente alla deriva. Perdendo progressivamente il contatto con la realtà.
Ignota all’italiano medio (i poteri mediatici di Berlusconi riescono ad evitare che l’italiano medio ne abbia notizia) la deriva berlusconiana è infatti sempre più chiara. Sentirlo declamare che qualcuno nella coalizione usa la scimitarra e che nella coalizione non scorre sangue potrebbe essere normale sul palcoscenico di un varietà dove l’imitatore esagera l’assurdità dei discorsi di un uomo potente. Caricatura di sé stesso sul palcoscenico solo apparentemente più impegnativo del Parlamento, Berlusconi sorride con un tale livello di ingenua fiducia in sé stesso mentre pronuncia le sue battute da far seriamente pensare di essere uno che crede in quello che dice. Solo le scimitarre rosse fanno uscire il sangue, infatti, e lui che sa tutto sul comunismo può dirlo in un tono di irridente superiorità. Le sue, di scimitarre, non fanno male: come le sue tasse e le sue prepotenze, le grida di Bossi contro gli immigrati e lo sfascio prodotto dal suo governo nella vita del suo (e nostro) paese. Perché lui è buono ed il suo schermo narcisistico è forte e puro al punto da fargli vedere, nello specchio, l’aureola del santo. Amato dai buoni di destra e incompreso dai cattivi di sinistra.
Il vero problema, caro Gaggiotti, sta nel fatto per cui questo tipo di deriva border-line non può essere arrestato, a livello di una persona così strutturata, altro che in due situazioni reali. Quella in cui i suoi
errori diventano tali da ridimensionare bruscamente il suo potere disperdendo il corteo variopinto e interessato dei suoi cortigiani (come accadde una volta a Mussolini quando arrivò a giudicare più affascinante l’immagine del Duce in guerra di quella un po’ più debole del Duce che non la fa) e quella in cui la persona entra in crisi dall’interno di fronte al crescere progressivo di una insoddisfazione che riguarda l’intera organizzazione della sua vita: spingendola a cercare un aiuto terapeutico. Sperare che una di queste due situazioni si verifichi, nel caso di Berlusconi, non mi sembra però realistico e l’unico auspicio che possiamo fare in questo momento è quello che riguarda la fine del suo mandato.
L’intervento che invece tu auspichi (ironicamente) da parte di un «camice rosso» non mi sembra davvero possibile. Tali e tanto feroci sono le sue guardie del corpo, da Feltri a Ferrara, da Bondi a Schifani, da rendere impossibile l’arrivo al grande comunicatore di una informazione realistica sulla sua condizione psicopatologica. La difesa più forte del paziente narcisista, alimentata e sostenuta da quelli che gli si dichiarano amici e che in realtà sempre più pesantemente lo danneggiano, è quella basata sullo schema proiettivo: «nel momento stesso in cui qualcuno non è d’accordo con me e/o mi critica, questo vuol dire che ce l’ha con me, che è un nemico, comunista o al soldo dei comunisti», dice Berlusconi, ripetono in coro i suoi. Ma uno slittamento del pensiero di questo tipo evita soprattutto l’incontro col pensiero dell’altro, coi contenuti della critica o del diverso parere. E la nave va, vele gonfie di vento, verso l’isola della follia, senza che nessuno con il camice possa intervenire.
Il problema del leader trascinato dalla deriva border-line della sua mente e di quella del gruppo che gli
si stringe intorno soffocandolo in una ammirazione interessata e mortale, è un problema che attraversa
tutta la storia e che ha affascinato da sempre gli studiosi interessati a capire le sue pagine più tristi o meno riuscite. Dai tragici greci a Sheakespeare il tema è stato sufficientemente trattato da poter dire che
questo tipo di problema nasce e vive con le società degli uomini di cui costituisce una delle imperfezioni e delle complicanze più vistose. Quello su cui dobbiamo riflettere, tuttavia, è il tipo di emozione diffusa, di
convinzione o di rassegnazione generale in cui un capo così patologico diventa popolare. Vi è sicuramente un rapporto fra le umiliazioni vissute dalla Germania dopo Versailles e l’ascesa di Hitler e vi è sicuramente un meccanismo sociale complesso e non solo italiano al di sotto della scesa in campo di miliardari che difendono il potere loro e dei loro pari dalle insidie di una democrazia reale. Quello che si sta determinando intorno a sistemi di proprietà privati che governano le economie dei paesi ricchi utilizzando tutto il potere che deriva loro dall’uso (quasi) monopolistico dei giornali e delle televisioni, infatti, è una forma nuova e «avanzata» di feudalesimo. In un libro pubblicato di recente negli Stati Uniti ed in Francia, Black List, a cura di Kristina Borjesson, quello che viene documentato con chiarezza, per esempio, è la scomparsa progressiva, negli Stati Uniti, del giornalismo libero, di quel quinto potere che aveva proposto uno dei punti più alti della vita democratica americana. Avere in mano le sorti dell’economia e il controllo dell’informazione sta permettendo ormai ad un gruppo limitato di persone di decidere dei destini del mondo senza quasi doverne rendere conto all’opinione pubblica e alimenta ogni giorno di più lo sviluppo dei nuovi cortigiani: giornalisti e politici, corrotti o in buona fede, che mettono il loro destino, professionale ed umano, nelle mani dello stesso, unico capo.
Processi di questo tipo non possono essere certo fermati dai «camici rossi». Il sapere psichiatrico e psicoterapeutico può dare informazioni corrette, tuttavia, sulla infelicità profonda e sugli squilibri personali dei grandi leaders cui la realizzazione di questo compito è affidata.
A questo servono, come sempre è accaduto, gli uomini che fanno cultura. A dare testimonianza di quello che hanno avuto la fortuna di capire: sperando che siano in molti quelli che riescono ad ascoltarla.

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