Se il soldato Omar torna dalla sua guerra- l’Unità 04.03.10

Se il soldato Omar torna dalla sua guerra- l’Unità 04.03.10

Marzo 4, 2010 2001-2010 0

La scarcerazione del giovane di Novi: tornare alla vita dopo i più atroci crimini se si accetta che tutto sia scaturito dai vissuti. E con un codice intelligente

Mi capita spesso di pensare ad Omar, ad Erika e a tanti altri giovanissimi autori di reati orrendi come a degli alberi colpiti da uno tsunami che li ha piegati e sbattuti a terra con un’assoluta mancanza di pietà. Travolti da qualcosa che è accaduto intorno a loro prima (molto prima) che dentro di loro rubando loro quelli che avrebbero dovuti essere gli anni più straordinari della loro vita. E in questo modo li penso, mi dico, perché conosco, lavorando, loro invece che quelli che da loro sono stati uccisi e perché so, conoscendoli quel poco che è possibile conoscere un altro essere umano quando così poco conosciamo noi stessi, che il loro reato, l’omicidio che hanno commesso ha avuto comunque origine nel buio di una infelicità di lunga durata, di una sofferenza che non ha trovato parole per raccontarsi, di un dolore cupo che, visto o non visto, consapevole o lontano dalla coscienza, li ha avvitati a lungo prima che la passione cieca di un momento li spingesse a un gesto che si svolge nell’atmosfera sospesa del sogno. Quando la mente se ne va per suo conto e perde, con una leggerezza folle, il contatto con la realtà.
Difficile non pensare, certo, che un atteggiamento di questo tipo sia basato su una pretesa, fantastica anch’essa e sogno in qualche modo anch’esso, di comprendere e giustificare tutto quello che accade nella mente di un essere umano. Il problema è, tuttavia, che questo modo di guardare alla storia della persona ed a come a questa storia il fatto terribile che (le) è accaduto si collega, è l’unico che permette di aiutarci a sentire e a far sentire a colui o a colei che lo ha commesso la responsabilità di averlo commesso.
Sta nella visione laica di una psicologia che cerca le origini del reato nella serie complessa dei vissuti che l’hanno preceduto, penso, l’unica possibilità che abbiamo di aiutare la persona a riprendere possesso di ciò che ha fatto. Di sentirsene autore, infelice e parziale ma sostanzialmente responsabile. Di iniziare un percorso che la renda capace di donare alla sua coscienza e alla memoria dell’altro un pentimento autentico. Un pentimento da cui si rinasce ad una vita che è insieme nuova e vecchia perché segnata per sempre da quello che comunque è accaduto.
L’ultima riflessione da fare a proposito di Omar, di Erika e di tanti altri alla cui cura ed alla cui riabilitazione tanti moralisti hanno difficoltà ancora oggi a pensare prima che a credere, è quella che riguarda il modo curioso in cui con tanta facilità gli stessi moralisti accettano e riconoscono la possibilità di uccidere collegata all’uso delle armi da parte di persone che si impegnano o impegnano altri in una guerra sentita e proposta come «giusta» o «santa». C’è qualche cosa, in realtà, di mostruoso nell’idea per cui uccidere sotto l’ombrello di bandiera per cui si combatte facendo il lavoro del soldato sia un gesto normale, destinato a non incidere sui valori morali di noi tutti e sull’equilibrio psichico di chi le armi le usa. Lo
dicono, inesorabilmente, i dati sul numero, altissimo e difficile da capire altrimenti, dei soldati che uccidono o che si uccidono a casa loro, quando tornano da un fronte di guerra in cui hanno ucciso o contribuito ad uccidere altri esseri umani, come dal fronte delle guerre fra Israele e i paesi arabi come ben raccontato in un film che andrebbe proiettato in tutti i licei del mondo, il titolo del film è «Il valzer del Bashir», dedicato ai rimorsi di chi coprì il massacro di Sabra e Shatila. Insegnando il male oscuro che resta nell’anima di chi a queste guerre ha partecipato senza sapere fino in fondo la gravità di quello che in esse, anche per sua mano, accadeva.
Omar che torna alla vita dopo un lungo periodo di reclusione e di cura è questo e molto altro. È il segno di come un codice penale intelligente (il nostro codice penale minorile) ed il lavoro appassionato di tanti operatori straordinari possono arrivare a salvare delle vite, considerandole per quello che sono, fiori delicati sopravvissuti ad uno tsunami.❖

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