Se la cultura della guerra prende in ostaggio la ragione- l’Unità 19.04.04
Caro Cancrini,
di tante immagini che scorrono davanti ai nostri occhi una in particolare mi ha colpita; quella dei prigionieri di Guantanamo, seminudi, con le mani legate e un tremendo sacco in testa. Lei sa benissimo che una persona “trattata” in questo modo perde completamente il senso del tempo e dello spazio quindi l’uso della ragione; solo pochissime eccezioni riescono a recuperare un minimo di equilibrio. Mi domando dove siano gli intellettuali che all’uso della mente dedicano tutta la loro esistenza; che siano già tutti stati “trattati” da un sacchetto “preventivo”? Tempo fa avevo letto un libro che metteva in luce molto bene questo problema; il titolo è «L’uomo è morto» di Wole Soyinka, premio Nobel per la letteratura 1986. Lei che ne pensa?
Ada Mauri
Ho ritrovato la sua lettera che avevo conservato fra le mie carte e mi è sembrato importante ricordare oggi l’immagine dei prigionieri di Guantanamo, «seminudi, con le mani legate e un tremendo sacco in testa» del cui destino ad oggi non sisa praticamente nulla, i cui nomi non rimbalzano sulle televisioni di tutto il mondo e di cui probabilmente da anni nulla sanno familiari ed amici, subito dopo aver partecipato all’emozione vissuta da tutti noi italiani di fronte a quella dei quattro ostaggi in mano a un gruppo che si fa chiamare Brigate Verdi di Maometto.
Quello che accomuna tutte queste immagini, infatti, è la solitudine inerme dell’uomo catturato da nemici che vedono in lui il male del mondo e che non si sentono in dovere, per questo semplice motivo, di vedere in lui l’uomo, la persona che viene da un certo luogo, che ha una certa storia di incontri e di affetti, che si trova in certo punto del suo unico e irripetibile percorso. Sta tutto qui in fondo l’orrore delle guerre, nella loro capacità di sacrificare sull’altare delle ideologie la mente e il corpo del singolo individuo, i suoi pensieri e le sue attese, i suoi ricordi e le sue speranze.
Così è sempre stato, probabilmente, nel corso della storia perché identificare con il male il nemico è necessario proprio per poterlo combattere. Chi non ci riesce ha molte probabilità di morire inutilmente per primo come il Mario della canzone di Fabrizio De Andrè che si attarda ad immaginare l’uomo nell’altro vestito «da una divisa da un altro colore». Quello che di nuovo c’è oggi, tuttavia, è la televisione: con la sua capacità di trasmettere in tempo reale in
tutto il mondo le immagini e le
contraddizioni che in esse si esprimono. Com’è accaduto (purtroppo) fugacemente con i prigionieri
di Guantanamo, com’è accaduto in modo (giustamente) ossessionante con i quattro ostaggi italiani. Aprendo prospettive teoricamente straordinarie a chi volesse combattere una battaglia culturale contro la guerra ma aprendo anche, finché la televisione sta nelle mani di chi ha interessi particolari, la possibilità di un moltiplicarsi all’infinito delle mistificazioni e delle strumentalizzazioni di parte.
Fino al determinarsi di una situazione in cui il cinismo dell’audience e dei programmatori arriva ad utilizzare le immagini nel modo più distorto e più sbagliato che sia possibile. Dimenticando di nuovo l’uomo che in esse è ritratto. Un esempio clamoroso di questa deformazione profonda della notizia è quello, già ampiamente discusso da questo e da altri giornali, del «Porta a Porta» di mercoledì 14 Aprile. L’attesa della notizia che recava il nome dell’ostaggio ucciso in una sala in cui erano presenti i familiari delle possibile vittime e il ministro degli esteri aveva il doppio discutibile sapore della roulette russa («c’è un colpo solo nel tamburo della rivoltella, tu girala, premi il grilletto e vedi se è toccato a te») e della situazione in cui si chiariva definitivamente che quelli che contano oggi non sono i governi ma le televisioni. Il ministro degli Esteri che non sta al suo posto al ministero per ricevere notizie urgenti, prendere provvedimenti, contattare le famiglie ma che usa anche questa occasione per mostrare il suo volto ai telespettatori (da cui si aspetta di essere votato) corrisponde nei fatti ad una sconfitta drammatica
della politica e dei governi che dovrebbero essere rappresentativi di una volontà degli elettori. Una
programmazione televisiva che, avuta la notizia, non ne ritarda la diffusione fino al momento in cui i familiari della vittima sono stati avvertiti è una programmazione che non ha rispetto di nulla altro che della possibilità di sollecitare l’interesse, la curiosità, la morbosità del suo pubblico. A cui nulla importa, sostanzialmente, della persona che è morta e di quelli che ad essa in qualunque modo erano legati.
Ancora più male fa, nei giorni successivi, riflettere sul ritardo con cui è stata data la notizia del sequestro. Furio Colombo ha notato in sostanziale solitudine, dalle pagine di questo giornale (gli altri sono stati molto più prudenti), che le imprese per cui i quattro lavoravano avrebbero dovuto sapere e informare nel momento in cui le nostre autorità rassicuravano tutti dicendo che nessuno degli italiani “ufficialmente” presenti in Iraq mancava all’appello.
Il fatto che la notizia sia stata celata per molti giorni potrebbe aver avuto una qualche importanza nel decidersi del loro destino?
Non lo sapremo mai ma il dubbio resta come forte resta il dubbio sul perché della mancanza di notizie sul nome e sulle attività delle imprese che li avevano assoldati.
Quello che abbiamo scoperto attraverso la vicenda degli ostaggi, tuttavia, è che si muovono oggi in Iraq moltissime persone che sono lì ufficialmente per ricostruire il paese distrutto da una guerra folle (che loro stessi probabilmente avevano suggerito, imposto o sperato) ma nei fatti per costruire affari. Viene un brivido nella schiena sapendo che la Hallyburton, una delle poche imprese di cui si sa nome e cognome, è in rapporti di affari con l’attuale vice presidente degli Stati Uniti. A quando una lista delle imprese italiane e delle loro eventuali parentele politiche?
Per chi e per che cosa debbono i nostri soldati «tenere le posizioni» come bellicosamente afferma il nostra ineffabile ministro della Difesa? Quello che si avrebbe diritto di conoscere in un paese democratico è nome e cognome di chi ha interessi da difendere all’interno di questa guerra che sembra ogni giorno più sporca e più triste.
L’impressione che se ne ha, cara Ada, è che il governo italiano (un governo che si è accodato a Bush in un momento in cui la grande maggioranza degli italiani esponeva le bandiere della pace ed esprimeva in tutti modi la sua contrarietà ad un intervento militare) si trovasse e si trovi in seria difficoltà nel momento in cui la guerra si dimostra non solo ingiustificata in quanto decisa sulla base di colossali bugie ma anche sbagliata in quanto sostanzialmente impossibile da vincere nel momento in cui i presunti liberatori sono diventati nei fatti una forza di occupazione.
Ciò che emerge in modo sempre più evidente dalle notizie che arrivano dall’Iraq è la contrarietà generalizzata della popolazione ad una presenza straniera sentita come ingiusta e prevaricatrice e la parola resistenza usata da Lilli Gruber in un collegamento diretto da Baghdad ha destato critiche forti nel centro destra soprattutto perché è un’espressione che corrisponde al sentire comune di tutti o di quasi tutti: in Italia come in Iraq. L’idea che gli ostaggi italiani o di altri Paesi siano lì per tutelare interessi particolari e che il risultato più importante del suo accodarsi a Bush Berlusconi l’abbia ottenuto proprio in termini di possibilità di piazzare imprese italiane in un Paese straziato dalla guerra propongono ulteriori problemi a chi, dal governo, si preoccupa della propria immagine e dei propri risultati elettorali.
È in questo clima, credo, che dobbiamo riflettere sullo spettacolino organizzato mercoledì nel salotto di Bruno Vespa e sul tentativo di trasformare la vicenda di Fabrizio Quattrocchi, da vicenda di uomo costretto a cercare in una situazione di grande pericolo il lavoro che non poteva trovare in Italia, in
vicenda di uomo che muore nel nome di una bandiera che un governo sbagliato ha voluto esporre per dei motivi sbagliati in un luogo sbagliato. La retorica dell’eroe proposta a mio avviso con molto cinismo dal ministro Frattini serve soprattutto a nascondere i ritardi del suo ministero e le ragioni vere (e tristi) del nostro coinvolgimento in questo conflitto.
Malinconicamente, le immagini dei prigionieri di Guantanamo, degli ostaggi italiani e di tutti gli altri che soffrono o muoiono in queste ore e in questi anni all’interno di una assurda “terza guerra mondiale” ci ripropongono l’inganno di sempre sulle guerre, l’inganno da cui sognavamo, in Europa, di esserci liberati per sempre.
Quella di cui ci sarebbe bisogno a questo punto, forse, è una televisione capace di mandare in onda
contemporaneamente, su tutti i suoi canali, nelle ore di massimo ascolto, un blob delle immagini che meglio rappresentano le conseguenze folli di uno scatenarsi della pazzia e del fanatismo umano.
Sull’uno e sull’altro dei due fronti. Riproponendo chiaramente, con la forza straordinaria delle immagini, la necessità di rimettere l’uomo al centro di tutte le vicende che lo riguardano.
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