Senza la famiglia non si vince la droga- l’Unità 20.08.01

Senza la famiglia non si vince la droga- l’Unità 20.08.01

Agosto 20, 2001 2001-2010 0

Per qualsiasi patologia medica il cittadino ha il diritto ad una corretta informazione sulle sue condizioni di salute, sui percorsi assistenziali e i servizi disponibili, ha diritto all’accesso e alla fruibilità delle prestazioni in tempi che siano compatibili con i propri bisogni e ha piena libertà di scelta fra le prestazioni erogabili.
Questi sacrosanti diritti alla salute e ad una cura informata e condivisa sono negati ai tossicodipendenti della nostra Asl (a. 11 Empoli). Gli operatori del Ser. T. infatti, interpretando in modo rigido e discutibile
la circolare del Ministero della Sanità del 30 settembre 1994, a. 20, negano ai propri assistiti la possibilità di interpretare un percorso alternativo a quello da loro offerto o proposto.
Infatti, anche su richiesta esplicita e motivata dagli utenti, sono loro che decidono su, dove e quando inviare un proprio assistito in una comunità di recupero.
Generalmente i ragazzi vengono inviati, dopo lunghi e snervanti mesi di attesa, in centri di recupero lontani, di cui non conoscono progetti, terapie e contenuti e in cui entrano per sfinimento e disperazione, con rassegnazione e senza convinzioni.
È giusto che un utente debba essere costretto, magari da persone di cui non si fida, ad entrare in strutture di cui non conosce niente, anziché in comunità terapeutiche legate alla propria realtà territoriale, accreditate e riconosciute dalla Regione quali propri Enti Ausiliari, in cui magari ha maturato non solo la fiducia negli operatori ma ha trovato le motivazioni per una scelta individuale difficile e impegnativa?
Che strumenti ha a disposizione per far valere i propri diritti?
Con l’occasione segnalo un fenomeno preoccupante che si sta registrando nel mondo giovanile del mio Comprensorio (Valdarno inferiore); in pochi mesi le mode, le abitudini e i comportamenti dei giovani legati al mondo delle discoteche techno si sono radicalmente modificati, con una velocità sorprendente. Tutti coloro che per sballare calavano extasy o usavano acidi e anfetamine, sono passati o stanno passando all’eroina. L’eroina è la droga del momento: per lo più viene sniffata e fumata. Sono centinaia, forse migliaia, i giovani della mia zona che in questa settimana stanno entrando in contatto con questa sostanza. L’enorme disponibilità sul mercato e la modalità di assunzione attualmente più diffusa (viene
fumata), mettono a serio rischio anche gli adolescenti alle prese con i primi spinelli.
Non so se questa tendenza è registrata anche in altre parti d’Italia, ma ti assicuro che da noi è piena emergenza.
Sandro Vanni
presidente del Circolo Tematico ArciLavori in Corso di Fucecchio (Fi)

Il problema da lei segnalato è probabilmente il problema del lavoro terapeutico con i tossicodipendenti. Lo sviluppo di un progetto basato sull’accordo di tutti, utenti, famiglia e servizi, è la premessa necessaria, infatti, di ogni intervento utile. Innestare polemiche, prospettare soluzioni diverse, cui ci si lega emotivamente, che vengono sentite come proprie, costituisce spesso la premessa del fallimento. Costruire tensioni fra le persone che si occupano di lui è il prezzo che i tossicomani pagano, abitualmente, alla precarietà dei loro rapporti interpersonali, alla ricerca di vicinanza immediata e provvisoria delle persone di cui hanno bisogno. Cadere in questi tipo di trappola è il prezzo che pagano i servizi che credono di avere in mano carte miracolose o decisive per la sorte dei loro pazienti: chiedendo loro conferme di cui sono loro ad avere bisogno.
La tattica che ho sempre pensato di dover seguire, lavorando con i tossicodipendenti, è quella di partire da loro, dalle loro idee su quello che sarebbe giusto fare. Responsabilizzandoli sul progetto di terapia e ragionando con loro sul suo eventuale fallimento. Cercando di portare dalla loro parte, prima di tutto, i loro famigliari, camminando con loro ed aiutando chi sta loro intorno ad apprezzare gli sforzi che debbono fare combattendo contro se stessi. Sapendo che la strada è lunga, piena di incertezze, di ricadute, di illusioni e di paura di non farcela. Sapendo che il tossicomane guarisce solo quando ha maturato dentro di sé con l’aiuto di chi gli sta vicino, un autentico desiderio di cambiamento. Sapendo che non ci sono scorciatoie per quello che è, comunque, un percorso di crescita e di maturazione personale.
Difficile non pensare, da questo punto di vista, che quello da lei segnalato sia di fatto un errore del servizio. Non necessariamente di contenuto, perché sicuramente le strutture di cui nel servizio ci si fida sono strutture di cui è giusto fidarsi, lontane o vicine che siano, ma di metodo perché le soluzioni imposte ad una famiglia che non se ne è fatta persuasa, difficilmente funzionano. Qualunque sia il tipo di famiglia con cui si ha che fare, qualunque sia la serie di errori che ha fatto e che a volte continua a fare, le radici della vita affettiva dell’utente stanno lì, nel groviglio complesso e doloroso delle sue relazioni famigliari. Trasformare in risorse quelle che sono in partenza difficoltà è il compito di chi deve dare risposte ad un problema che diventa solo in seconda battuta un problema medico e/o assistenziale ma che deve essere sempre riportato da chi vuole davvero curare alla sua dimensione originaria di problema umano.
La strada di affrontare in modo costruttivo un dissenso del tipo di quello da lei segnalato, a questo punto, non può essere che quella basata sul dialogo e sulla discussione aperta delle situazioni concrete.
Gruppi di autoaiuto dei genitori e, in genere, dei famigliari sono presenze ormai acquisite nelle strutture che si occupano di tossicodipendenza e di alcolismo. Fondamentali per l’utente in fase di reinserimento, sono utili, i gruppi, anche e soprattutto per il servizio cui forniscono informazioni, idee, occasioni impreviste di intervento. Sta nelle rete delle persone interessate alla soluzione del problema la possibilità, per il servizio, di essere presente e attivo su un territorio umano capace di rendere più utile il suo lavoro. Sta alle persone interessate alla soluzione di un problema la responsabilità di coinvolgere anche il servizio nella formazione di una rete indispensabile per il suo corretto funzionamento. Quanto all’eroina non ho, al momento, dati in linea con quelli che lei mi propone sulla base della sua diretta esperienza. Assai più comune mi sembra, in molte altre parti d’Italia, la presenza, fra le nuove droghe, della cocaina: una droga che si sta proponendo, con sempre maggiore regolarità, come la droga d’ingresso nella tossicomania per giovani e meno giovani che cercano aiuto in privato e nei servizi. Le tensioni sociali che si diffondono fra i giovani, tuttavia, il clima di sfiducia e di paura su cui si aggregano le loro sensibilità, da Genova in poi, propongono scenari inquietanti per l’immediato futuro. L’eroina, coltivata e prodotta anche in Colombia dove inutilmente spadroneggiano le armate di Bush e dove l’Onu non riesce a portare avanti i suoi programmi di riconversione delle culture, potrebbe davvero tornare in grande quantità, in Europa e da noi. La guerra contro la droga, una vera guerra contro la droga è molto lontana dall’essere combattuta e
vinta, purtroppo. Anche se tutti, più o meno, fanno finta di non accorgersene

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