Si impiccano due anziane sorelle- l’Unità 15.01.03

Si impiccano due anziane sorelle- l’Unità 15.01.03

Gennaio 15, 2003 2001-2010 0

Il suicidio studiato di due sarte di provincia . Cancrini:«Il punto di partenza è la solitudine»

CHIARAVALLE CENTRALE Lunedì mattina la porta delle signorine Iozzo non s’è aperta. Né sono state spalancate le finestre per fare entrare l’aria durante le pulizie dell’abitazione-atelier dove Giuseppina e Angela Iozzo, 62 e 56 anni, hanno passato l’infanzia, consumato la giovinezza, attraversato la maturità inseguendo chissà quali sogni e speranze. Una anomalia incredibile per i vicini della “ruga”, come qui chiamano le strade, che sui gesti e le abitudini delle signorine Iozzo sapevano di poter regolare l’orologio senza errori. Ancor più strano perché il lunedì mattina, dopo una intera giornata di riposo, spezzata solo dalla messa e dalla comunione, impossibile fossero rimaste a poltrire. Nel primo pomeriggio i vicini hanno capito che porte e scuri immobili annunciavano qualcosa di straordinariamente grave e si sono fiondati dai carabinieri perché intervenissero. Anche al maresciallo Alfredo Anselmi, da dieci anni sulle colline di Chiaravalle Centrale a nord dello Jonio catanzarese, la cosa è sembrata stranissima: ha forzato una finestra, è entrato nella casa come sempre ordinatissima e, ricorda ancora turbato, «ho visto lo spettacolo più orrendo dei miei 26 anni di servizio». Le signorine erano ficcate nella botola che dal pavimento porta giù in cantina attraverso una scaletta ripida e strettissima. Lì sotto abbracciate, solidali e come a farsi coraggio, con al collo la corda assicurata lassù ai piedi del divano di casa. Ha capito subito il maresciallo cosa fosse successo: le signorine Iozzo, con due robuste corde, hanno costruito due cappi e dopo averci infilato la testa si sono lasciate scivolare verso il fondo. Un salto nel nulla.
Le signorine Iozzo erano sarte molto apprezzate e prima dell’esplodere delle boutique hanno vestito intere generazioni di spose, sempre con abiti diversi, bellissimi, ammirati. Ancora oggi la loro creatività attirava clienti e non c’è donna di una certa età che in paese non sia passata una volta o l’altra dalle sorelle Iozzo.
Non erano ricche ma non avevano problemi come dimostrano alcune decine di migliaia di euro in contanti trovati in un cassetto. Lavoro a parte, di loro si sa poco. Vivevano in simbiosi. Rigorosamente appartate, discrete, riservate. Mai un pettegolezzo su di loro. Ormai quasi nessun parente se si esclude qualche lontano cugino, e un fratello, che pare sia molto ammalato, che vive in Africa. In quella solitudine, in quell’ordine, nel ritmo rassicurante di una vita senza scosse è maturata la tragedia. Non quella del momento in cui si sono lasciate andare. Ma il dramma delle decine di discussioni per prendere la decisione. Per programmare verificare, e probabilmente simulare, la propria morte. Dev’esserci stato un attimo in cui una delle due ha avuto l’idea e ha trovato il coraggio per parlarne con la sorella. Ci saranno state discussioni e approfondimenti sull’opportunità, il modo e il momento, valutazioni sui pro e i contro, pause, rinvii, accelerazioni. Alla fine, quando la conclusione s’è consumata in una vampata, il peggio era già tutto alle spalle. «Una morte impalpabile» dice don Dino Piraino, uno dei parroci del paese. «Ci interrogheremo per capire se potevamo fare di più o per renderci conto del perché non hanno accolto il nostro aiuto». Don Dino ricorda che Fiorina, la terza sorella, anche lei nubile e sarta, è morta due anni fa di tumore forse spezzando un equilibrio che per le sopravvissute non s’è mai ricomposto. In paese c’è chi ricorda che da poco Giuseppina e Angela avevano venduto, per poi pentirsi, un terreno ereditato. Si
racconta di una depressione di una delle due: per alcuni, la depressa era Giuseppina; per altri, Angela. Storie che si inseguono e si accavallano nell’evidente tentativo di trovare risposte e certezze che nessuno riesce a offrire. Un dramma della solitudine? La paura della malattia dopo la morte di Fiorina e l’ammalarsi del fratello? Il maldivivere di un’esistenza sempre uguale a se stessa? Oppure l’ordine, il decoro, la metodicità non sono più riusciti a camuffare una quotidianità vuota, giudicata inutile?
Luigi Cancrini, psichiatra e psicoterapeuta, ragiona tra mille cautele.
«L’impiccagione è una morte cercata, che va preparata con determinazione: è un metodo certo, tutto sommato semplice. Bisognerebbe avere elementi e conoscenze che non possiedo per tracciare un’ipotesi, ma solo una ipotesi, su quel che è accaduto alle sorelle Iozzo. Posso al massimo ricordare uno schema in cui talvolta rientra questa «follia a due. Una di loro potrebbe avere sviluppato un tema persecutorio. Una vicenda, un fatto, un ricordo, un convincimento – quasi sempre infondato – che provoca un disagio crescente che va nascosto agli altri. Chi cade in questa trappola non chiede aiuto. Va avanti con una vita chiusa, ordinata e dignitosa proprio per non prestare il fianco alle persecuzioni che immagina e di cui si sente vittima. A un certo puntoil pensiero delirante non si sopporta più e si spezza l’equilibrio». Un quadro drammatico, insomma, in cui è difficile intervenire perché, spiega il professore Cancrini, in questi casi «la solitudine è un punto di partenza ma anche una dimensione ricercata e coltivata».

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