Strana democrazia quando in tv parla uno solo- l’Unità 06.10.03
Caro Cancrini,
ti scrivo dalla Rai «occupata». Ho letto appena adesso la lettera di Massimo Fini e il suo resoconto del colloquio avuto con il direttore di rete Marano che gli comunica l’impossibilità, per lui, di comparire sugli schermi della Rai, radiotelevisione italiana, perché qualcuno, «a cui non si può dire di no» ha disposto così. Massimo Fini ha lavorato con un regolare contratto per la Rai, il suo programma era pronto per andare in onda quella notte ma il signor «qualcuno a cui non si può dire di no» ha posto il suo veto e il direttore di rete, un leghista di quelli duri e puri che piacciono a Bossi e al popolo in camicia verde lo chiama per dirgli che che quel programma non verrà trasmesso. Negli stessi giorni, un altro dei signori «cui non si può dire di no» ha chiamato il direttore generale della Rai Tv, radiotelevisione italiana, e gli ha detto che vuole spiegare in diretta agli italiani, a reti unificate, un progetto di riforma delle pensioni di cui parlerà come di cosa già fatta, come se le parti sociali non esistessero o non contassero nulla in un paese che ormai è suo e il direttore generale pare abbia detto sì, le reti unificate sono a Sua completa disposizione perchè Lei è il padrone e io sono qui per servirLa. Non diciamolo, tuttavia, al presidente della Rai, radiotelevisione italiana, che magari non è d’accordo né al presidente della Commissione Parlamentare di vigilanza che magari vigilerebbe prima e non dopo come Lei giustamente vuole che lui faccia.
Questa, dunque, è oggi la Rai, radiotelevisione italiana, servizio pubblico in cui quelli che comandano sono i signori «a cui non si può dire di no» ed io mi vergogno e ho un po’ di paura perché penso che un giorno o l’altro si accorgono della vergogna che ho e mi dicono, come a Fini (Massimo, non Gianfranco) che non sono adatto per questo lavoro e che me ne debbo andare: senza grandi sicurezze per il domani perché purtroppo non andrò in pensione prima del 2008 e se non c’è la Rai a tenermi in ruolo e a pagare i contributi per me, io a 40 anni di contributi non ci arrivo proprio e così mi permetto di scriverti firmandomi con uno pseudonimo perché in fondo il problema che pongo non è un problema
personale e perché poco conta, in fondo, il nome di chi te lo segnala. Scegliendo come pseudonimo il personaggio che mi è caro dal tempo dei banchi di scuola e che diceva presso a poco così: la guerra infuria // il pan ci manca // sul ponte sventola //bandiera bianca. Parlando lui di Venezia, allora assediata dagli austriaci ed io della Rai oggi, assediata dalle truppe di Berlusconi.
«Daniele Manin»
Ho letto con sincera indignazione la lettera di Massimo Fini. Una lettera che me ne ha ricordata immediatamente un’altra, pubblicata allora su Avvenimenti in cui io stesso raccontavo, parlando di me, la cena in cui, irridente e davanti a testimoni, un cattedratico di grande presunzione e di modesta intelligenza mi disse che non c’era nessuna possibilità, per me, di vincere un concorso a cattedra. Non
perché io non ne avessi i titoli, per carità, ma perché mi ero esposto politicamente troppo e perché non c’erano padrini, dunque, disposti a sostenermi in un concorso. Ero sentito, diceva, come «estraneo e pericoloso» da lui e dai suoi colleghi ed io mi arrabbiai molto, allora, dell’arroganza con cui mi parlava, del modo un po’ assurdo e un po’ abbietto in cui parlava dell’Università e dei concorsi come di una cosa sua e di pochi altri spiegandomi che sarebbe stato un allievo suo, allora giovane ricercatore, a diventare
cattedratico al mio posto perché aveva lui alle spalle. Anche se mi accadde poi, incontrando nuovamente lui e il suo allievo ormai cattedratico, di pensare con improvviso sollievo che essere sentito e definito «estraneo e pericoloso» da gente così era, in fondo, un riconoscimento importante. Che andare via dall’Università «scuotendo la polvere dei calzari» secondo il consiglio di Gesù nel Vangelo, era stata un’ottima soluzione per me, per il mio lavoro e per la mia vita. Anche se amaro assai è, per me, il ricordo degli anni passati lì e delle illusioni che lì ho perduto sulla Università cui con tanta fatica e sacrifici e amore ero arrivato e cui avevo dedicato tanta parte della mia vita ed anche se è difficile ancora oggi, per me, passare davanti a quella Università e a quelle persone che in questo modo l’hanno trattata e ridotta.
Il modo in cui il potere viene amministrato, caro «Daniele Manin» resta il problema più grave della vita pubblica di un Paese che si definisce democratico. Da noi e altrove. Ma prendendo da noi, oggi, forme sempre più pericolosamente vicine a quella del regime.
Perché una differenza profonda c’è, in fondo, fra il torto fatto a me e quello fatto a Massimo Fini nella misura in cui la conventio ad excludendum di un gruppo di professori universitari impedisce sì
l’accesso alle cattedre e il diritto all’insegnamento ad un gruppo di persone che hanno il grave torto
di essere un po’ più impegnate e preparate di loro ma ricade alla fine proprio su quei professori che contano qualcosa, in fondo, solo se insegnano bene e fanno ricerche interessanti ma che finiscono per non contare nulla, alla fine, se propongono prodotti scadenti: come accade a tutti quelli che pretendono di intervenire sui problemi umani senza interessarsi ai contesti in cui questi problemi si determinano. La formazione degli psichiatri e degli psicologi che vogliono lavorare, nei servizi o in pratica privata, su standard accettabili per la cultura media delle persone che leggono un libro, avviene oggi fuori delle Università nelle scuole private di psicoterapia e negli aggiornamenti basati sulla supervisione dei casi e
chiede, spesso, uno sforzo di pura e semplice cancellazione delle quattro stupidaggini apprese al tempo dell’università da quel gruppo di uomini presuntuosi ed arroganti. Quello che accade all’interno del Moloch televisivo berlusconiano oggi ai Biagi e ai Benigni, ai Santoro e ai Luttazzi, ai Fini e ai tanti altri che sono scomparsi dal video, è la loro eliminazione dal rapporto con il pubblico, invece, che avrebbe il diritto di conoscere la loro opinione accanto a quella delle persone a cui «non si può dire di no». Il che
avviene non per una forma di concorrenza sleale ma per le paure comprensibili o per la stupidità incurabile di chi dimentica i doveri che avrebbe in quanto responsabile o funzionario di un servizio pubblico e si schiera dalla parte di chi comanda. Obbedendo alle persone «cui non si può dire di no» e
facendolo, sempre più spesso, prima che queste persone parlino, nel tentativo più o meno indecente di compiacerle.
Il vero problema, voglio dire, è che la libertà di stampa e di informazione è uno dei pilastri su cui si regge la democrazia e che tale libertà è seriamente minacciata, oggi, non dalla censura ma dalla concentrazione, nelle mani di pochi, dell’editoria e del potere di decidere sulle informazioni che possono essere date o non date e sulle persone che possono permettersi di darle. La coincidenza fra il caso Massimo Fini e l’intervento a reti unificate di un presidente del Consiglio che illustra senza contraddittorio le sue posizioni e che ha il coraggio a volte di lamentarsi del fatto che non ha ancora abbastanza potere producono un suono abbastanza sinistro da far pensare che, su questa strada, la democrazia è in pericolo, che quello cui si mira è l’instaurarsi di un regime? Io credo proprio di sì anche se non credo sia il caso per te e per tutti noi, oggi, di pensare ad una bandiera bianca da far sventolare sul cavallo della Rai o nel Parlamento.
Quelle che vi sono ancora tutte, infatti, mi sembra siano le condizioni di una lotta seria, paziente e piena di fiducia volta a difendere una democrazia che qualcuno sente oggi come un impedimento ma che è ancora nel cuore di una grande maggioranza degli italiani.
Would you like to share your thoughts?
Your email address will not be published. Required fields are marked *