Tutti matti per la vela: in mare ricordando Basaglia- l’Unità 12.08.02

Tutti matti per la vela: in mare ricordando Basaglia- l’Unità 12.08.02

Agosto 12, 2002 2001-2010 0

Gentilissimo Prof. Cancrini,
Le scrivo prendendo spunto dalla lettera pubblicata nella sua rubrica il 22 c.m. e dal suo commento. Da parecchi anni, come educatore professionale e come velista, cerco di trovare convergenze significative ed
operative tra il «fare educazione» e il «fare vela», tra l’essere con, fra e per le persone ed essere in barca a
vela nel mare. Tra i progetti scaturiti da questa continua ricerca vorrei segnalarne uno che riguarda l’area della riabilitazione psico-sociale.
Oggi quel progetto si chiama «mattiperlavela 2002» ed è nato nel 1999 dall’incontro di idee e voglia di fare di operatori pubblici (Dsm Ausl 3 genovese), associazioni sportive e di volontariato e velisti genovesi. Dal 1999 sono passati, stabilmente, per il progetto una trentina di pazienti psichiatrici. Il mare e la barca a vela, con tutte le loro potenzialità educative e trasformative, sono stati usati come mediatori delle relazioni dei pazienti con gli operatori sanitari, con i tecnici e i volontari, con il gruppo. Alla base dell’intervento c’è sempre la relazione ma il contesto nel quale è stata calata si è dimostrato particolarmente adatto a produrre cambiamenti, sicuramente in sinergia con altri interventi (psicoterapie, farmacoterapie, ecc.), a far evolvere, spesso positivamente, situazioni a volte molto compromesse e da vari contesti di sofferenza. Il progetto in quesi tre anni di vita si è trasformato e ampliato affrontando le difficoltà «naturali» della crescita ma incontrando le maggiori difficoltà in una sorta d’indifferenza di una parte di «addetti ai lavori». Pensare a pazienti psichiatrici che fanno muovere una barca a vela, che gareggiano in regate nazionali ed internazionali a fianco di prestigiosi velisti, che apprendono le tecniche e cercano di trovare occupazione nel mondo della nautica può anche far sorridere ma credo che questa realtà che in Italia e all’estero, sotto il nome di vela solidale, si sta creando sempre più spazio, sia degna d’attenzione. Negli anni ’70 andai a una festa dell’Unità a Genova per conoscere personalmente Basaglia che presenziava alla proiezione di un film sui manicomi: per me adolescente Basaglia era un mito, il vederlo in carne ed ossa me lo confermò e lo rimane ancor’oggi. Mito per me adolescente in identità, idee progettuali, in percorsi trasformativi singoli e collettivi; credo che non ci si debba sentire «sfiancati» se le pratiche terapeutiche, riabilitative e sociali che si attivano vanno nelle direzioni indicate da Basaglia. O restaurano gozzi liguri a vela latina e lavorano su yacht ormeggiati ai moli del più vecchio club velico d’Italia, lo Yacht Club Italiano. Continuare a riflettere sul nostro saper fare e saper pensare e trovare modi e luoghi per confrontarsi penso sia il più bel regalo che oggi si possa fare alla memoria di Basaglia.
Giovanni Massone
Educatore Professionale Genova

Caro Massone, la tua lettera
è davvero bella e apre spazi importanti per una riflessione sul dopo Basaglia. Sul piano medico e scientifico, prima di tutto, perché quello che il lavoro di Basaglia ha permesso di confermare e di verificare, a mio avviso, è che la gran parte dei pazienti psichiatrici, anche i più gravi, deve essere valutata con grande attenzione in ordine alle risorse che può mettere in campo. C’è sempre un piccolo angelo
nella mente di un paziente che delira, scriveva Freud, che è in qualche modo libera dal delirio, che gli permette di osservare e di osservarsi, di guardare con un filo di dubbio a ciò che gli sta accadendo. C’è sempre una qualche potenzialità, sottolineava Basaglia, che vive ai margini di una zona devastata della personalità, un piccolo spazio di iniziativa che può essere cercato e incontrato, un discorso che dà luogo a delle risposte sensate, importanti, creative. Quello con cui ci si incontra spesso ricostruendo la storia di
un paziente grave, di quelli che vengono diagnosticati come schizofrenici, è in effetti una difficoltà progressiva, esistente già nell’ adolescenza, evidente a volte anche prima, di trovare spazio per qualche cosa che la persona avrebbe voluto o potuto fare se la sua mente non fosse stata troppo occupata nel tentativo di mediare fra le esigenze, le attese, le richieste degli altri.
Scrivevano i vecchi psichiatri, da Bleuler in poi, che l’esito parzialmente positivo di molti disturbi schizofrenici stava nella capacità di scavarsi una nicchia, uno spazio limitato di attività in cui delle azioni minime, spesso ripetitive, non rischiavano di incontrare ilgiudizio dell’altro, non mettevano a rischio l’autostima. Scriveva Minkowski nel suo bellissimo saggio del 1925, che questo tipo di accomodamento non era legato tanto o solo alla percezione della propria particolare fragilità ma anche, e forse soprattutto, al bisogno di scegliere situazioni in cui l’attenzione cosciente può essere distolta dal compito e lasciata andare altrove, su strade che sono quelle della fantasia e dell’astratto (prendo questa parola in prestito da una mia paziente che la propone sorridendo, in un suo modo tenero e con un filo sempre presente di ironia su sé stessa che lo pensa così e su chi l’ascolta con sufficienza o con simpatia, come un mondo altro da quello in cui è costretta a vivere, un mondo in cui si realizzano puntualmente tutte le sue aspirazioni ed i suoi sogni di felicità). Come se il corpo che sta qui in questo mondo e fa delle piccole cose pratiche servisse solo al rifugio per un’anima capace di sviluppare la sua vita interiore su spazi larghi, senza confini, di cui è terribilmente difficile parlare con gli altri ma in cui altri si incontrano, con cui parlare inventando storie e linguaggi, vite e tempi diversi da quelli dell’orologio e del calendario.
Difficile accettare questo tipo di discorso oggi. Nell’infuriare delle terapie farmacologiche, il tentativo cui si lavora fin dall’inizio, spesso, è quello di uccidere l’astratto, di considerare sintomo le produzioni mentali, di contenere e di annullare le voci da cui è spesso popolato quello che potrebbe essere considerato (e che qualcuno davvero considera) un «rifugio della mente». Inseguendo l’idea di una «guarigione» clinica che corrisponde di fatto ad una mortificazione della persona programmata da chi la cura per diventare normale e cioè come gli altri. Aumentando le dosi finché non smette di dire cose strane, incuranti del danno (l’obesità che li trasforma, i disturbi endocrini soprattutto a livello della sfera genitale, le discinesie senza ritorno dei neurolettici usati senza raziocinio, l’insonnia che si manifesta spesso in forma di ribellione estrema all’imposizione di chi ti vuole far dormire per forza, senza che tu lo voglia). Dimenticando di spiegare alla famiglia gli aspetti di una fragilità da accettare e da rispettare. Coinvolgendola in una illusione di «normalità» da raggiungere ad ogni costo. Integrando nelle statistiche il paradosso di una situazione per cui (lo documentano oggi gli studi di psichiatria transculturale) il decorso della schizofrenia è sostanzialmente peggiore nei paesi in cui esistono i sistemi sanitari, gli psicofarmaci e gli elettrochoc.
Ho ripensato a tutte queste cose nel momento in cui la tua lettera mi ha riportato alla possibilità di guardare con ottimismo a un altro modo di fare psichiatria. Nato da noi con Basaglia e già provato altrove nei secoli scorsi. Centrato sull’idea per cui non sempre l’essere umano sta meglio quando è
bene adattato al contesto e alle pressioni che riceve dall’ambiente. Centrato sull’idea per cui risultati straordinari si possono ottenere, a volte, con iniziative che cercano la persona e la sua capacità di esistere al di là di quelle che sono le manifestazioni di una sua diversità. Sta nella capacità di incontrarla e di dargli uno spazio per realizzare qualcosa di sé il segreto alla base di un lavoro davvero terapeutico con quello che è prima di tutto un essere umano.
Con il termine orribile della medicina moderna, abbiamo bisogno prima di tutto di compliance del
paziente con la nostra idea di cura (di accettazione sua, voglio dire, di ciò che noi gli stiamo proponendo): semplicemente perché (Basaglia ha ragione in particolare su questo punto) quello che non è civile, non è ben fatto, non è politicamente corretto, è il gesto del terapeuta che decide per lui perché lui è matto, sostituendo così la sua volontà al desiderio di quello che «non è capace di intendere e di volere».
La clinica dimostra senza incertezze che il miglior modo di affrontare i disturbi psichiatrici gravi è
fondato sulla ricerca paziente, costante, di un’intesa con la persona che sta male. Lo spazio c’è sempre
per incontrare quella parte di lui che guarda da un angolino della mente il comportamento del suo
interlocutore, per cercarne la complicità e per accettarne i suggerimenti, per dargli la sicurezza di essere con lui e non contro di lui: anche nei momenti più drammatici, anche nei momenti in cui si sente il dovere di fare qualcosa che lui dice di non volere e che invece intimamente vuole, cercando l’abbraccio
del contenimento. Purché si abbia il tempo per cercare questo speciale tipo di incontro, però, all’interno
di una struttura che lo consente e sulla base di una formazione che abitui a non prevaricare, a non farsi
travolgere dalla paura e dall’impazienza. Purché ci si metta in condizione, cioè, di trovare dei ragionevoli compromessi fra i tempi della vita di tutti e quelli di colui che sta male.
È bello chiudere per la pausa estiva questa rubrica (che ha ormai un anno e che è diventata per me
uno spazio straordinario di dialogo «politico» con una lettera come la tua. Un modo straordinario di parlare dei diritti negati è quello proposto da chi è riuscito a fare qualcosa perché dei diritti speciali fossero riconosciuti. La distanza che c’è fra una esperienza bella come questa e il mondo paludato dei congressi di medicina, mi sono detto, è la distanza che dobbiamo colmare per riparlare, tutti insieme, di una psichiatria davvero democratica. Per saldare insieme progresso scientifico e pratica politica.
Per ricordare nel modo migliore Franco Basaglia che se ne è andato per sempre da noi il 20 agosto di
ventidue anni fa.

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