Un training di formazione umana anche per i leader politici?- l’Unità 02.06.03

Un training di formazione umana anche per i leader politici?- l’Unità 02.06.03

Giugno 2, 2003 2001-2010 0

Caro Cancrini,
le scrivo per confidarle un ricordo che mi riaffiora alla mente. Si tratta di una proposta che ho ascoltato trovandomi all’Università di Macerata in occasione di una conferenza indetta dal professor Vittorio Craia per presentare il suo libro «Proiezione e Peste Psichica» (Analisi Heichiana dei rapporti fra i blocchi) -1982. Il professor Craria, durante la sua esposizione, fece la proposta di sottoporre a un «training di formazione umana» tutte le persone con responsabilità pubblica (uomini politici, educatori, terapeuti, sacerdoti, insomma tutti gli operatori sociali) e asserì inoltre che su 395 politicanti ci sarebbero solo 5 politici nel vero senso della parola, gli altri, chi più chi meno, sarebbero affetti da qualche patologia caratteriale. Al che il professor Dragotto intervenne augurando al professor Craria che possa avverarsi la sua «utopia» di umanizzare i politici attraverso un processo di formazione umana, un training obbligatorio.
Anche il compianto professor Cesare Nusatti, non so in quale occasione, aveva dichiarato che la sindrome da infantilismo narcisistico è un disturbo che si manifesta nei politici con un’incidenza superiore alla media, per cui sono propensi a reagire passionalmente se la realtà non si conforma al loro desiderio di potenza, proclamandosi vittime di congiure e tradimenti. Ma questa loro visione del mondo è una visione
disturbata, essi non vedono ma travisano, interpretano i fatti persecutoriamente e ciò si riverbera sul contesto sociale». Qui il pensiero corre al nostro capo del Governo, al suo caro amico Bush e a qualche altro personaggio politico nella cui personalità c’è qualcosa che non va e che impedisce loro una valutazione pacata e obiettiva della realtà.
Come dice lei stesso, l’aspirazione alla pace, a un altro mondo possibile, va di pari passo con la possibilità di far crescere i livelli di salute mentale di tutta la gente,compresi i politici, inserendo nelle carriere dei paesi civili e democratici l’obbligo di un Training di formazione umana. I più cordiali saluti.
Giuliana Dividius Cioccoli

Ognuno di noi, credo, vive nel piccolo del suo quotidiano. Se ne arricchisce e ne viene, inevitabilmente, limitato. La vita scorre, intanto, e quello che c’è di più bello, credo, resta il racconto delle sue esperienze. Coi loro limiti di cui si deve tenere conto e con le loro ricchezze che dovremmo, tutti, apprendere ed apprezzare. Tutto questo per dirle, cara amica, che io sono convinto del fatto che lei ha ragione proponendo il problema del futuro del mondo da un punto di vista che è il mio, basato sul confronto quotidiano con le deformazioni emotive del giudizio, delle valutazioni e delle scelteche impediscono ai pazienti di vivere bene, agli allievi di fare bene terapia, a me di dare loro di più di quello che riesco a dare. Perché nulla c’è come l’esperienza di chi si occupa di psicoterapia capace di insegnare l’imperfezione di un apparato psichico esposto al vento delle passioni e delle emozioni non consapevoli che così spesso ci governano. Costringendo a guardare in trasparenza, gioco continuo del doppio, quello che è e quello che potrebbe o dovrebbe essere se fossimo davvero padroni di noi stessi. Naturalmente educandoci ad immaginare che sdoppiamenti analoghi si verificano in altri che svolgono altre attività.
Fatta questa premessa e detto che le vicende della vita mi hanno messo a contatto per quasi ventanni con la politica, quello che mi sembra opportuno proporre, rispondendoti, è una serie di osservazioni (o di testimonianze) che discendono da questa esperienza. Notando, prima di tutto, che l’uomo politico è, nella grandissima parte dei casi, un uomo dotato di una inusuale forza d’animo e di una non comune capacità
di lavoro. Il pregiudizio diffuso sul politico interessato solo all’occupazione della poltrona e che fa soldi senza lavorare è un pregiudizio sciocco. I politici lavorano moltissimo (il che non vuol dire ovviamente che producono tutti molto) e guadagnano relativamente poco. Non sono corrotti, nella mia esperienza, più di quanto lo siano altri professionisti e debbono tenere conto, sicuramente più di tanti altri, del modo in cui gli altri giudicano le loro attività. Le oscillazioni cui le loro fortune sono sottoposte in democrazia li abitua, d’altra parte, a reagire in modo corretto alle sconfitte e alle delusioni: una dote che non è affatto diffusa in altre categorie di professionisti.
Una seconda osservazione riguarda la facilità con cui il percorso politico attira persone che presentano, nella loro organizzazione di personalità, dei tratti narcisistici più o meno marcati. Quella cui ci troviamo di fronte ormai da molti anni, infatti, è una situazione in cui fare politica sembra il modo più semplice e più diretto di ottenere visibilità.
Persone ambiziose che vogliono ottenere consenso, ammirazione e potere e non possono usare, per ottenerli, competenze speciali (sportive, artistiche o professionali) possono tentare proprio con la politica: che offre, abbastanza presto, occasioni di notorietà mediatica, interpersonale e/o di vicinato a chi ha la pazienza e la necessaria capacità di sacrificio e apre prospettive di lavoro in cui quella che viene misurata ai fini della progressione di carriera non è mai (o quasi mai) la capacità di risolvere i problemi ma quella di apparire.
Vincenti, sicuri, calmi, prepotenti, sorridenti o sarcastici: a seconda dei gusti e delle inclinazioni, proprie e del pubblico vasto e poco interessato ai fatti, cui ci si rivolge. Attori, comunque, di più o meno raffinata e/o sofisticata esperienza che hanno progressivamente preso il posto di quelli che erano gli «intellettuali» prestati alla politica nel senso che a questa parola dava criticamente Gramsci.
Il quadro che ne esce propone un problema legato essenzialmente alla forza personale e alla povertà di competenze specifiche del nostro quadro dirigente.
Da cui si resta insieme affascinati (per la capacità che ha di restare sul palcoscenico, ripetendosi, per anni e decenni) e delusi (per il distacco sempre più forte che c’è fra i suoi discorsi e la vita della gente comune). Un quadro che deve tener conto di una differenza sostanziale, tuttavia, fra politici di destra e di sinistra. La distanza fra cose affermate in pubblico e cose fatte in concreto è inevitabilmente molto più grande, infatti, per uomini che giurano fedeltà ad una costituzione fondata sui grandi principi di uno Stato «fondato sul lavoro» invece che sulla proprietà e che debbono concretamente muoversi, invece, tutelando interessi particolari. Una società attraversata da grandi ineguaglianze sociali esprime per forza di cose politici che tendono a mantenere o ad aumentare queste differenze. Come ben riconosciuto da Berlusconi che definisce di ispirazione marxista e giacobina una costituzione per cui i cittadini debbono godere tutti di uguali opportunità, hanno gli stessi diritti, sono uguali davanti alla legge.
Il vuoto che inevitabilmente si determina in queste condizioni è difficile da sostenere se non si utilizza la negazione, quel meccanismo fondamentale, cioè, su cui si regge la struttura di personalità del narcisista problematico. Agire in nome dello Stato mentre si proclama che la formula vincente è quella di una diminuzione della presenza dello Stato chiede una capacità non comune di ingannare sé stessi e gli altri con quel tipo di discorsi fumosi che rendono felice soprattutto chi può permettersi di pronunciarli. Con la possibilità, sempre dietro l’angolo, di degenerazioni pericolose legate all’irrompere sulla scena del grande capo, della figura carismatica capace di assumere su di sé i bisogni, le aspirazioni, le follie dei furbi e dei profittatori.
Le cose vanno un po’ meglio, credo, a sinistra. Portatori di interessi più organicamente collegati all’idea di uno Stato democratico, i politici sono sottoposti ad un controllo più stretto. Il narcisismo si traduce spesso, fra loro, in competizione fra eguali che vogliono essere più eguali dell’altro, in incapacità di
ascoltare e riconoscere lealmente le ragioni e il valore dell’altro, in timore di chi, avendo competenze reali, le utilizza senza mettersi al servizio delle loro posizioni. Quello che frena la loro deriva narcisistica tuttavia è, abbastanza naturalmente e abbastanza spesso, il rispetto profondo dello Stato e delle istituzioni.
Il fatto che una formazione umana alla Reich potrebbe aiutare gli uni e gli altri è sicuramente vero. Il paradosso dei leaders, però, è sempre quello legato alla loro utilità. Potrebbe vincere ancora le elezioni Bush se fosse un uomo equilibrato e maturo? Sarebbero nel posto in cui si trovano oggi Berlusconi e
Bossi se il loro comportamento fosse stato coerente con i loro giuramenti di fedeltà alla costituzione e alla democrazia? Un dubbio di cui è importante tenere conto è quello di Lukacs per cui i capi sono tali, spesso, solo in apparenza. Nel modo proprio dei narcisisti più gravi, essi si disinteressano del palcoscenico che li ospita, infatti, e poco si interrogano sul valore dei testi che sono chiamati a recitare

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