Se non c’è chi possa ascoltare il dolore che portiamo dentro- l’Unità 05.04.04

Se non c’è chi possa ascoltare il dolore che portiamo dentro- l’Unità 05.04.04

Aprile 5, 2004 2001-2010 0

Caro Luigi,
mi ha un po’ stupita la tua risposta a Francesco su L’Unità dell’8 marzo che aveva per argomento l’utilizzo degli psicofarmaci. Premetto che condivido sostanzialmente l’impianto sia dell’indignazione di Francesco, che della tua analisi.
Personalmente ho sempre creduto nel ruolo della relazione (faccio la formatrice e per me la formazione vera è solo d’aula, in barba alla moda imperante della Fad – formazione a distanza – che ricopre tanto successo solo per ragioni economiche!). Inoltre proprio svolgendo da anni questo lavoro, unito a quello di sindacalista, ho sviluppato e coltivato pratiche di ascolto e di sostegno alle persone in momenti cruciali della loro vita (crescita, apprendimento e crisi o difficoltà).
Ho seguito una psicoanalisi per quattro anni ed ho sempre rifiutato di ricorrere agli antidepressivi, anche
nei momenti più bui, ritenendo più importante il lavoro su se stessi e forse avendone anche un po’ paura.
Tuttavia, soffrendo da sempre di un’emicrania ereditata sia in linea materna che paterna, alla quale in anni più recenti si è aggiunta un’esofagite da reflusso e una dolorosa colite (anche per utilizzo degli antiemicranici), proprio negli ultimi mesi sono capitolata e ho ubbidito al mio neurologo (che ormai disperava dopo avermi prescritto invano ansiolitici ed antidepressivi come profilassi per anni) ed ho cominciato a curarmi con lo Xanax.
Ebbene, i risultati sono notevoli ed inoltre devo anche riconoscere che per uscire dalle crisi di cefalea più acute, negli ultimi anni, non c’era altro rimedio che il Laroxil.
Perché allora ritenere, come mi sembra di evincere dal tuo articolo, che questi farmaci non siano quasi mai da usare? Possono essere utili anche quando non c’è depressione, figuriamoci quando sussiste.
Mi ha anche stupito apprendere che non c’è nessun manuale che parla di una malattia chiamata depressione. Ma allora quelle cosiddette “endogene”, cioè non reattive?

A parte la mia esperienza personale, vorrei saperne di più.
Tiziana Morino

Vorrei rispondere al tuo quesito partendo dai risultati di un insieme di ricerche sperimentali condotte dapprima negli Usa da Pennebaker e verificate poi in Italia da un gruppo che fa capo a Paola Di Blasio dell’Università di Milano intitolata a padre Gemelli. La procedura base di queste ricerche (cito da qui in poi liberamente proprio la Di Blasio) prevede che un gruppo di soggetti (gruppo sperimentale) venga invitato a scrivere per 15 minuti al giorno e per quattro giorni consecutivi, un racconto anonimo sulle
proprie esperienze traumatiche, mentre al gruppo di controllo viene chiesto di scrivere su argomenti
non emotivi. I risultati, simili a quelli di molte inchieste dello stesso tipo condotte sulla popolazione generale, hanno dimostrato la frequenza notevole, nei racconti dei partecipanti, di sintomi depressivi più o meno apertamente collegati, clinicamente, ad una depressione delle funzioni immunitarie e, nel
racconto, a delle gravi e inaspettate esperienze traumatiche quali lutti, abusi, violenze in famiglia o tentativi di suicidio: di depressi “nascosti”, cioè, quelli che oggi ci si raccomanda di cercare perchè non sanno di soffrire di quello che Cassano, riprendendo Berto, chiama il “male oscuro”. Con un elemento in più, tuttavia, perché nelle ricerche di Pennebaker e della Di Blasio, la metà di questi soggetti veniva invitata a scrivere, con cura particolare e su tempi sufficientemente larghi, un resoconto dettagliato di questa esperienza e perché i controlli medici effettuati prima e dopo l’esercizio di scrittura, un miglioramento nello stato di salute documentano in coloro che avevano eseguito il compito di scrivere approfonditamente sulle proprie esperienze traumatiche (e non nel gruppo di controllo) un miglioramento evidente dei sintomi depressivi e dello stato di salute fisica; esercitando, fra l’altro, un effetto positivo sui markers ematici delle funzioni immunitarie e incrementando la resistenza alle malattie. Effetti positivi, tutti, che si manifestano a medio termine perché nell’immediato, quando la persona si confronta col dolore del ricordo (nelle ore e nei giorni subito successivi all’esercizio di scrittura), l’umore peggiora mentre vengono alla coscienza emozioni di infelicità prevalentemente rimosse.
Come si spiegano questi risultati? Secondo la Di Blasio, le persone, nel compito di scrittura, vengono spinte a esplorare mentalmente le proprie emozioni e a prendere contatto con esse nel rapporto (aggiungo io) con un altro disposto ad interessarsene. Quella che per migliorare lo stato di salute sembra necessaria è la possibilità di tradurre le esperienze in parole, integrando pensieri e sentimenti e rendendo coerente e significativa la propria storia: “operando connessioni che danno significato e senso alle esperienze” (Pennebaker).
Il che permette di rispondere con una certa semplicità al problema tanto attuale dell’origine di tante
“depressioni”: l’impossibilità di raccontare e di rievocare certi episodi traumatici del passato è sicuramente in grado di provocare, infatti, sintomi e malattie che possono migliorare o scomparire se si riesce a tradurre in parole, elaborandole, le esperienze da cui si è rimasti sconvolti. I sintomi di cui si parla in queste ricerche (l’umore nero, la tendenza ad aumentare fisicamente la perdita del piacere di vivere o l’affaticamento) sono esattamente i sintomi di cui ci si serve oggi per diagnosticare quella “depressione-malattia” contro cui io ho polemizzato ancora una volta nell’articolo da te citato; mentre tutto un altro filone di ricerche che parte dai pazienti cui gli psichiatri hanno diagnosticato una “depressione-malattia” ha permesso di verificare: (a) che la loro reazione depressiva è cronologicamente collegata ad eventi traumatici di cui non sempre il paziente ha parlato con sé stesso e con lo psichiatra che ha fatto la diagnosi; (b) che una terapia basata sulla ricostruzione e sul racconto del dramma (o dei drammi) che l’hanno messo in moto è sufficiente, abitualmente, a superare l’episodio depressivo.
Una ulteriore conferma della validità di questo ragionamento è stata proposta di recente da Paola Di Blasio e Chiara Ionio con una ricerca dedicata agli effetti psichici del parto. C’è un disturbo dell’ umore comunemente denominato baby blues (o maternity blues o, più tecnicamente e freddamente “disforia post partum”) che insorge solitamente nella prima settimana dopo il parto, che ha una durata abitualmente abbastanza breve e che si verifica con una frequenza compresa tra il 39% e l’85% nelle varie ricerche (più o meno accurate). I sintomi di questo disturbo sono i disturbi del sonno, la mancanza di energie, l’inappetenza, la stanchezza eccessiva anche dopo aver riposato; lo stato mentale è caratterizzato dall’ansietà, dalla paura, dalla preoccupazione e dalla confusione; le donne diventano nervose e tristi; piangono, sono spesso iperattive, irritabili e hanno rapporti difficili con il bambino.
Si tratta, nella gran parte dei casi, di depressioni lievi e di breve durata. Il fatto che esse si prolunghino e destino l’attenzione più o meno preoccupata del medico, tuttavia, non è per niente raro. Ed anche qui, tuttavia, un intervento estremamente semplice, basato sulla scrittura, due giorni dopo il parto, di un resoconto accurato dei dolori e delle angosce sperimentate nel corso del parto, diminuisce significativamente l’intensità e la frequenza dei sintomi depressivi legati al baby blues e la loro tendenza a protrarsi nel tempo (a distanza, cioè, di due mesi). “L’insieme di emozioni negative e le preoccupazioni per la propria condizione fisica e per la salute del bambino, presenti anche in donne con una gravidanza fisiologica e a termine, spiegano la Di Blasio e la Ionio, tendenzialmente vengono escluse dalla consapevole elaborazione e rapidamente cancellate per il loro carattere incongruo rispetto al significato positivo che effettivamente tale esperienza veicola”. Se ne può concludere che le esperienze dolorose e negative non raccontate e dunque non sufficientemente elaborate abbiano una importanza notevole sulla frequenza, sulla qualità e sulla durata dei disturbi “depressivi” legati al parto.
La cultura psicologica e psicoterapeutica di cui c’è bisogno, cara Tiziana è basata proprio sulla capacità di fare e di far conoscere ricerche di questo tipo. Anche se, per rispondere alla tua lettera, è importante prima affrontare ancora due questioni.
Il fatto che un disturbo depressivo sia determinato da fattori di ordine psicologico (il trauma non elaborato) non significa affatto, in primo luogo, che il suo manifestarsi non presupponga delle mediazioni di ordine biochimico. Se un evento imprevisto ci fa paura, quelli che percepiamo sul nostro corpo sono, in gran parte, gli effetti della secrezione improvvisa d’adrenalina. La possibilità di contrastare gli effetti sgradevoli della paura o della depressione con un intervento a questo livello esiste, dunque, naturalmente. Il problema vero è quello della scelta fra un intervento centrato sulle cause psichiche dello star male ed utile ad aumentare la nostra capacità di capire quello accade dentro di noi ed un intervento solo sintomatico che da questo tipo di conoscenza e di approfondimento prescinde completamente e che ha il difetto, soprattutto, di durare solo per il tempo in cui il farmaco viene somministrato.
Il problema delle depressioni “endogene”, in secondo luogo, che si alternano a episodi in cui l’umore è invece “esaltato” o “maniacale” e di cui si diceva un tempo che non erano riconducibili ai fatti della vita perchè nascevano spontaneamente e misteriosamente dentro la persona e di cui si sa oggi tuttavia: (a) che sono più del 5% solo nelle statistiche degli psichiatri che non parlano con i loro pazienti; (b) che sono collegate regolarmente ad un disturbo importante di personalità e, dunque, al mondo interno di un paziente la cui vita emotiva è profondamente turbata anche nei periodi in cui l’umore non è né depresso (l’episodio depressivo) né esaltato (l’episodio maniacale); (c) che vanno affrontate in psicoterapia da persone esperte senza mai accontentarsi del risultato eventualmente ottenuto, sulle crisi, dal farmaco antidepressivo o neurolettico.
È per tutti questi motivi, cara Tiziana, che io continuo a dire che la depressione è un sintomo, non una malattia. Anche se i farmaci possono essere utili: quando li si usa solo se servono, con intelligenza e con moderazione.

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