Burocrazia, una malattia che genera se stessa- l’Unità 03.12.01

Burocrazia, una malattia che genera se stessa- l’Unità 03.12.01

Dicembre 3, 2001 2001-2010, interventi 0

Egregio Signor Cancrini,
Il sottoscritto Puma dott. Romano, decide di dare voce in questa sua lettera ai diritti negatia chi come me non è abbastanza forte per difenderli. Il sottoscritto è sicuro, signor Cancrini, che Lei darà spazio nella sua rubrica«Diritti negati» a questa sua lettera. In questa sua lettera c’è la storia di una persona che non vede rispettati i propri diritti umani e civili e sente il bisogno, da parte dello Stato di avere una giustizia che porti a un mondo migliore di quello che abbiamo costruito fin’ora.
Allego a questa mia lettera il dispositivo del 12/2/1999 del giudice del lavoro dott. Gianfranco Pignataro, la lettera del mio avvocato dott. Antonio Barione.
Dott. Puma Romano
Somme indebitamente trattenute dal Ministero del Tesoro, Direzione Provinciale del Tesoro di Palermo, e dalla A.U.S.L. n. 6 di Palermo, Gestione Stralcio.
Corrispettivi per indennità integrativa speciale e per compensi di variazione dell’indice del costo della vita, dovuti al Dr. Romano Puma, rispettivamente sul trattamento pensionistico n. 6441670 e sul trattamento economico erogato dal Servizio Sanitario Nazionale, quale Medico di Medicina Generale.
Lo scrivente rappresenta che:
a) la Direzione Provinciale del Tesoro, sin dal 14/9/97, ha riconosciuto di essere debitrice nei confronti del Dr. Romano Puma, della somma di L. 71.036.030, per il periodo 1/1/90-31/12/96, e della somma di L. 3.676.696 per il periodo 1/1/97-30/4/97, per la mancata corresponsione della indennità integrativa speciale sul trattamento pensionistico erogato;
b) che il Dr. Romano Puma, in forza di sentenza n. 517/99, resa dal Pretore di Palermo, Giudice del Lavoro, il 19/2/99, e passata in giudicato, è altresì creditore, nei confronti della A.U.S.L. n. 6 di Palermo, Gestione Stralcio, di tutte le somme relative alla mancata corresponsione dei compensi di variazione dell’indice del costo della vita, su trattamento economico percepito quale Medico di Medicina Generale, a far tempo dal
26/5/1980, e fino alla cessazione del rapporto di lavoro nell’anno 1994. Entrambe le ragioni creditorie
sono ad oggi disattese, per pretestuosi argomenti che non hanno trovato alcun riscontro in sede
giudiziaria, e che si risolvono in una gravissima limitazione del diritto a percepire sia l’adeguato trattamento pensionistico, che i corrispettivi dell’adeguamento del trattamento retributivo. Lo scrivente si chiede come è possibile che, a tale distanza di tempo, le Amministrazioni citate continuino a disattendere le sue legittime richieste, continuando a lucrare sulle somme indebitamente trattenute, e disattendendo la pronuncia giudiziaria.
Tanto si denuncia, perché sia stigmatizzato l’illegittimo perdurare di un comportamento coercitivo di diritti riconosciuti.
Ringraziando per l’attenzione prestata, si rimane disponibile a qualsivoglia ulteriore chiarimento.
Distinti saluti
Puma Romano

Uno degli ultimi ricordi che ho di mio nonno è quello della volta in cui lo accompagniai a palazzo Spada dove il Consiglio di Stato era in seduta per esaminare un suo ricorso. Funzionario del ministero delle Poste, mio nonno era stato preceduto molti anni prima, in una sorta di concorso interno, da una concorrente il cui unico titolo era quello proposto del suo essere amante di un uomo prestigioso.
Incardinato da allora, il suo ricorso era arrivato a questa istanza suprema del Tribunale amministrativo dove giaceva ormai da molti anni e da dove nessuno di noi pensava che sarebbe mai arrivata una risposta. Che arrivò invece, beffardamente, nei mesi successivi alla sua morte: avvenuta quando lui aveva ormai 84 anni, a venticinque anni dal momento in cui aveva iniziato la sua azione legale.
Contente ne furono comunque le figlie (mia zia e mia madre) pensando che si sarebbe realizzato il
desiderio di lui, che per loro aveva lottato. Con una delusione immediata però perché la sentenza chiariva nel suo dispositivo che le cifre dovute a mio nonno non erano soggette a reversibilità. Il diritto al rimborso, dissero gli avvocati, era morto con lui.
Il ricordo di Palazzo Spada e della prospettiva famosa che il Borromini vi edificò mi è tornato in mente
naturalmente di fronte ad una lettera come la sua. Giustamente indignata, giustamente stanca. Perché questo era ed è, a mio avviso, l’aspetto peggiore della nostra burocrazia, il suo vivere (mostruosamente) al di fuori del tempo reale.
La sua radicata, profonda, apparentemente immutabile capacità di trasformare l’essere umano in un pezzo di carta, la sua richiesta ed il suo diritto in una affermazione del tutto astratta. Come raccontato una volta da Kafka nel romanzo intitolato al Processo. Come sperimentato duramente da molti di quelli che, come lei hanno avuto la sventura di avere ragione nei confronti di una macchina che non è abbastanza intelligente per correggere in tempo reale gli errori (orrori) che fa.
Modificare una situazione di questo tipo, tuttavia, non è per niente facile. Vent’anni di fascismo e mezzo secolo di potere democristiano hanno assicurato vantaggi notevoli alla casta democratica che la sostiene e che di essa si nutre. Le scelte corporative su cui tutti i sindacati, più o meno, si
sono attestati in tutti questi anni, la difesa appassionata e a volte acritica che del «pubblico» è stata fatta in tutte le sedi ai partiti della sinistra ha finito per renderla sostanzialmente invulnerabile. Il problema fondamentale, in situazioni del tipo di quella da lei descritta e di quella relativa a mio nonno, infatti, è quello per cui non c’è mai nessuno che paga i danni che ha fatto. Vittime di un sistema impersonale in quanto specializzato in tema di dispersione delle responsabilità, i danneggiati non hanno alcuna possibilità di rifarsi né sul piano economico né su quello morale. Nessuno dirà loro mai con chiarezza in quale punto dell’ingranaggio la loro pratica si è fermata, quale sia la persona che ha ostacolato la soluzione del problema. Quello con cui avranno a che fare, come nel mio ricordo, sarà solo un palazzo sede, bella o brutta, di affari regolarmente così complicati da essere di fatto non ricostruibili.
Un modo intelligente di reimpostare il problema potrebbe essere, forse, quello legato ad una privatizzazione progressiva delle attività burocratiche.
Napoleone Colajanni ha più volte insistito sulla possibilità-necessità di considerare il pubblico come un organizzatore più che come un gestore di servizi. Affidata ad agenzie che operano dall’interno di un
rapporto convenzionale, l’esecuzione di compiti fondamentali per il rispetto del diritto di tutti potrebbe essere controllata dal pubblico. Una convenzione ben fatta potrebbe contenere clausole che riguardano la trasparenza dei passaggi e la chiarezza dei tempi: vincolando chi le firma con un sistema di regole che prevede il pagamento di penali significative in caso di inadempienza o di ritardo. I tentativi fatti in questa direzione nel campo sanitario con la aziendalizzazione delle Asl, territoriali ed ospedalieri, hanno avuto finora, tuttavia, una finalità di riduzione e di controllo dei flussi di spesa prima e più che di rispetto dei diritti dei creditori. La necessità di porre mano con decisione ad una riforma forte della pubblica amministrazione, dei suoi metodi e delle vessazioni cui questi a volte costringono i cittadini è stato oggetto di molte riflessioni e iniziative dei governi di centro-sinistra.
Le difficoltà di un mutamento che comporti una svolta definitiva in questo settore, tuttavia, è ancora enorme: di fronte, in particolare, ad un centro destra che sulla stabilità e sui vizi della burocrazia tende già
ad appoggiarsi: cercando e trovando organismi utili ad una strategia di potere.
Ho difficoltà a chiudere questa risposta aperta dal ricordo di mio nonno senza dar conto di quello
che è stato per me il suo insegnamento fondamentale. Antifascista ironico, critico sereno della democrazia incompiuta del dopoguerra, scettico sempre sull’idea di una rivoluzione in grado di rimettere tutto a posto, mio nonno e a un uomo paziente. Capace di apprezzare le cose che aveva e di lottare per cause che riteneva giuste indipendentemente dalla possibilità di iscriverle in progetti grandiosi. Ottenuta da morto, la sua vittoria era perfino più bella: perché si configurava come una vittoria di principio, perché quello che conta davvero nella vita è tentare di stare dalla parte giusta. Senza pensare al Paradiso o alla rivoluzione, in cui lui non credeva.
Per amore, semplice, della dignità.

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