Genitori non si nasce.Ma qual è la cultura dei Tribunali? l’Unità 13.05.02

Genitori non si nasce.Ma qual è la cultura dei Tribunali? l’Unità 13.05.02

Maggio 13, 2002 2001-2010, interventi 0

di Luigi Cancrini

A proposito di minori, mentre nelle televisioni pubbliche e private – per dirla con il prof. Luigi Cancrini – «con superficialità e violenza», si dibatte spesso su diritti negati, dove tutti diventano protagonisti,dico tutti, esclusi i minori. Il film Mi chiamo Sam, colpisce per la specifica profondità delle tematiche, restituendo dignità ai minori ed ad una cultura realmente puerocentrica.
Oltre ad essere un bellissimo film, quanto a contenuti ed interpretazioni, è un film che dovrebbero vedere tutti.
Un film che, a mio avviso, dovrebbe essere propedeuticamente visto, a tutti coloro i quali di occupino, o pretendono di occuparsi, di problematiche minorili. Dovrebbe essere visto da quelli che, disivoltamente e
troppo facilmente salgono in cattedra disquisando su ciò che è giusto fare come educatori, dimenticando, ahimè, gli esperti delicatissimi multifattoriali della questione.
Dovremo vederlo noi, genitori, che riteniamo di essere in possesso ai modelli educativi adeguati.
Dovremo farlo vedere ai nostri figli, per sensibilizzare ad una cultura del rispetto, della tolleranza, dell’amore.
Dovrebbero vederlo tutte le famiglie che vogliono accostarsi all’affidamento e all’adozione.
Dovrebbero vederlo tutti i giudici e gli avvocati, non solo quelli notarili, per rendersi conto dell’alto servizio che viene loro assegnato della società.

Dovrebbero vederlo tutti gli operatori dei servizi sociali che ricercano affannosamente un servizio «in rete».
Ed infine, dovrebbe vederlo il legislatore.
Con la ventilata ipotesi della eliminazione dei cosiddetti «esperti», dei tribunali, dei minori che hanno affiancato sino ad oggi i togati nei collegi giudicanti specializzati (criminologi, pedagogisti, psicologici,
docenti, presidi, assistenti sociali, neuropsichiatri infantili, sociologi,), i cittadini dovranno avvalersi di esperti privati.
Al di là delle risonanze etiche scientifiche che simili provvedimenti, basti pensare al lavoro modesto e costante fatti in questi anni da centinaia di operatori impegnati a modificare i fondamenti stessi della
psichiatria forense in merito all’infanzia, viene in mente – come detto da Manuela Trani – quanto questo provvedimento favorisca, di fatto la classe medio-alta che potrà sostenere con maggiore agio le ingenti
spese relative ai consulenti privati.
Più in generale, questo possibile e molto probabile provvedimento, appare come un nuovo ed intollerabile attacco al tentativo di cercare un pensiero che, attraverso la composizione mista del Tribunale dei minorenni, permetta alle diverse competenze di andare oltre ai fatti ed avvenimenti, costituendo un «sistema» garante della crescita fisica, psicologica ed affettiva del bambino stesso.

Adriano Calzolaro
avvocato specialista in Criminologia Clinica e Psichiatria Forense Componente privato
presso il Tribunale dei Minorenni di Taranto

L‘ idea che esista un tribunale dedicato in modo particolare alla tutela dei diritti del minore è un’idea che si inquadra in una visione laica e moderna dei rapporti fra Stato e famiglie. Il principio da cui si parte è quello per cui i genitori non sono sempre in grado di crescere e di educare in modo sano i loro figli e che qualcuno deve intervenire quando questo si verifica.
I figli non sono di proprietà dei loro genitori. Sono soggetti di diritto caratterizzati da una fragilità particolare: quella che deriva dal fatto di non essere in grado di provvedere a sé stessi. Di dipendere da
altri, cioè, per le loro esigenze fondamentali. Che, in situazioni normali, la famiglia rappresenti il punto di
riferimento fondamentale del loro processo di maturazione edi crescita è sicuramente giusto. Che i genitori non siano sempre in grado di farlo in modo corretto è, purtroppo, sicuramente vero. Nella situazione estrema della madre che abbandona un neonato o del padre che abusa sessualmente della figlia o del figlio, nessuno pensa, credo, che non si debba intervenire per fornire al bambino ciò
di cui ha bisogno mettendo in campo l’attività di altre figure genitoriali.
La difficoltà più grande la si incontra, tuttavia, nei casi in cui le situazioni sono meno estreme e, dunque, meno chiare.
Quando il bambino dà segnali forti e ripetuti di sofferenza, cioè, senza che sia possibile essere certi del fatto che i genitori si sono macchiati, nei suoi confronti, di veri e propri reati.
L’intervento che si sviluppa in queste condizioni ha, evidentemente, vari significati. Di approfondimento e di conoscenza, prima di tutto, per capire se qualcosa si deve effettivamente fare.
Di sostegno e di stimolo, in secondo luogo, perché la famiglia può essere aiutata, in molti casi, a funzionare meglio. Di intervento autoritario e sostitutivo, infine, nei casi in cui i genitori non sono in grado di corrispondere in modo adeguato alle esigenze fondamentali del figlio.
Delicatezza e complessità di problemi legati a questo tipo di intervento e alla necessità di modularlo criticamente sono del tutto evidenti. Il film cui lei allude nella sua lettera ne è prova quanto mai chiara nel momento in cui ripropone in modo meno drammatico e politicizzato la tematica già proposta
da Kenneth Loach in Lady bird
Lady bird: quella relativa alla possibilità di un intervento basato sulla convinzione sbagliata di un servizio sociale che pretende di misurare su standards discutibili (e comunque “suoi”) la competenza educativa di genitori che presentano una qualche condizione di svantaggio.
Gli esseri umani hanno dei limiti, infatti, e la possibilità che un operatore sociale o un intero servizio sbaglino presentando come incompetenti genitori che non lo sono affatto sicuramente esiste. Le emozioni destate nell’operatore dalla sofferenza di un bambino possono dipendere più dalle sue vicende e dai suoi equilibri o squilibri personali, in questi casi, che dalla realtà con cui egli si confronta dando luogo a giudizi infondati o fuorvianti.
E sta proprio qui, tuttavia, la ragione per cui è necessario che accanto ai servizi esistano i Tribunali dei Minori. Perché quello che va salvaguardato, nell’interesse primario del minore, è anche il diritto-dovere dei genitori ad occuparsi di lui nel caso in cui quello che sbaglia è il servizio e perché una funzione di questo genere può essere svolta solo da una posizione terza, esterna, in grado di valutare in modo approfondito una situazione complessa. Limitando lo strapotere della famiglia che pensa al figlio come ad un oggetto di proprietà (la filosofia del padre-padrone) ma limitando anche quello di quegli operatori e di quei servizi che, come accade soprattutto nei paesi anglosassoni (in cui non a caso i film di cui sopra sono ambientati), pretendono di ergersi a custodi della normalità di una famiglia.
Che un tribunale chiamato a pronunciarsi su questioni di questo tipo si avvalga della presenza costante di esperti capaci di contribuire ad un approfondimento della realtà psicologica del minore, ai problemi di
personalità dei suoi genitori e alle reazioni eventualmente
non adeguate di un operatore o di un servizio, sembra a me ugualmente naturale e positivo.
Una valutazione intelligente delle competenze genitoriali non può basarsi solo su una comunicazione di fatti rilevanti.
Deve prevedere una esplorazione accurata delle risorse che quel genitore può mettere in campo. Deve collegare nel modo più attento possibile la situazione del bambino e la sua reale condizione di benessere o di malessere ai comportamenti reali della madre o del padre. Affidarsi a dei periti esterni al tribunale è sicuramente necessario in molti casi ma la competenza psicologica e psicoterapeutica del giudice esperto nel momento in cui si procede ad una audizione o si discute, in camera di consiglio, sui provvedimenti da adottare o da non adottare, è sempre preziosa e spesso decisiva.
Le polemiche pretestuose e disinformate che hanno preceduto e seguito la proposta del ministro Castelli in tema di giustizia minorile hanno drammaticamente ignorato, mi pare, proprio la funzione fondamentale che il nostro sistema ha attribuito finora al Tribunale dei Minori. Quello che si sarebbe dovuto spiegare nei talk-show televisivi di Vespa e di Costanzo, infatti, è che il Tribunale dei Minori svolge una funzione di garanzia anche nei confronti della famiglia che non è in grado di educare un figlio.
Il che non vuol dire, ovviamente, che tutte le decisioni assunte in sede di Tribunale dei Minori siano giuste perché la possibilità di sbagliare esiste sempre per tutti. Il che dovrebbe far riflettere, tuttavia, sul modo in cui l’abolizione del Tribunale dei Minori, così incautamente proposta, proporrebbe problemi molto più gravi di quelli con cui ci si confronta oggi, anche per i genitori in difficoltà. Soprattutto nel caso in cui (come lei dice) essi non abbiano i soldi necessari per pagare avvocati e periti di parte.
Più in generale, la situazione che si apre di fronte a proposte come quella di Castelli propone forti elementi di perplessità che riguardano le procedure alla base delle proposte di riforma su temi così complessi dal punto di vista professionale prima e più che politico o di principio.
I dibattiti parlamentari si presentano sempre più spesso come sedi utili allo scontro più che allo scambio di idee. Quello che è difficile accettare, in fondo, è il modo in cui molti politici continuano a preoccuparsi , in una fase difficile della vita del Paese, prima di tutto del problema della (loro) visibilità. Definendo le loro prioritàdi intervento con i giornalisti che hanno successo invece che con gli esperti che potrebbero insegnare (lo dico sul serio) loro qualcosa.
Paradosso della modernità, l’accentramento del potere nellemani di chi ha il controllo della diffusione delle informazioni riporta ogni dibattito al livello dei loro cervelli e della loro cultura. Giornalisti importanti (anchor-man) e politici, che dovrebbero essere propagatori intelligenti di notizie e di scelte utili al progresso di tutti, si trasformano in gruppi di amic che si incontrano al bar o nei salotti.
Trasformando in legge, poi, quelle che sono sostanzialmente chiacchiere: da bar o da salotto, eventualmente televisive.

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