Il mondo non è fatto di «buoni» e di «cattivi». l’Unità 13.10.03

Il mondo non è fatto di «buoni» e di «cattivi». l’Unità 13.10.03

Ottobre 13, 2003 2001-2010, interventi 0

Caro Cancrini,
sono stata assai sorpresa da questo colpo di teatro di Fini. Associato a quello di Bossi, il suo nome resta legato ad una legge che abbiamo criticato giustamente e molto. Che sta succedendo? Ci si può fidare?
Angelica R

Penso che quella di Fini sia un’idea buona, da accogliere con favore. Resto sempre convinto del fatto per cui in politica quelli che contano sono più i contenuti che le appartenenze.
Una battaglia di civiltà come quella che chiede il voto per gli emigrati è una battaglia che può unire persone che vengono da esperienze e da posizioni diverse ma checredono, comunque, nella democrazia parlamentare. Qualcosa di simile accadde molti anni fa, da noi, in tema di divorzio e di aborto quando i liberali, da destra, diedero un contributo importante alla crisi di chi, nella democrazia cristiana, non riusciva a scollare le sue posizioni da quelle della Chiesa di Roma. Da un punto di vista più generale, l’idea per cui la democrazia dell’alternanza è fatta sempre e soltanto di posizioni contrappostepresuppone una tendenza a dividere il mondo in buoni e cattivi che io non condivido e che mi sembra poco compatibile con una praticareale della democrazia.
Sulle questioni che riguardano il voto, d’altra parte, la posta in gioco è talmente importante da non permettere alcun tipo di incertezza.
Scriveva Lenin, molti anni fa, che la democrazia basata sul suffragio universale era un’occasione strepitosa per una classe operaia in lotta per il rispetto dei suoi diritti nella misura in cui i governanti avrebbero dovuto tenere conto del voto di tutti i cittadini, non solo di quelli più ricchi o più istruiti e il progresso straordinario delle condizioni di vita di chi svolge un lavoro subalterno nei paesi democratici dell’occidente nel corso di tutto il ‘900 credo sia dovuto soprattutto a questo, al modo in cui la possibilità di contare nel momento delle elezioni ha permesso ai lavoratori di far sentire la loro voce. Non è affatto
casuale, credo, che la reazione borghese abbia stretto un’alleanza perversa con i fascisti e con i nazisti nei paesi in cui quella che faceva paura era soprattutto la crescita impetuosa delle organizzazioni legate al movimento operaio. Così come non è figlia del caso la nostra costituzione repubblicana che faceva del suffragio universale uno dei suoi fondamenti, estendendo anche alle donne un diritto di voto che era stato loro sempre negato.
La parte più consapevole dei partiti della sinistra avevano chiara coscienza, nel dopoguerra, del fatto che il mantenimento delle elezioni democratiche era una garanzia molto più forte, per i diritti e le attese della classe operaia, di quella collegata ad un tentativo di rivoluzione e la storia, credo, ha dimostrato che questo tipo di ragionamento era quello giusto.
Le cose che sono accadute negli anni successivi, tuttavia, hanno segnato un nuovo tentativo di creare
squilibri forti fra capitale e lavoro, fra detentori della ricchezza e degli strumenti di produzione e i fornitori d’opera. La rivoluzione tecnologica e lo sviluppo straordinario delle possibilità di trasporto delle merci hanno messo in moto, infatti, un doppio movimento: quello delle strutture di produzione che vengono spostate nei paesi poveri dove la mano d’opera costa di meno per la povertà o per l’assenza totale di copertura sindacale e politica e quello dei lavoratori che emigrano dai paesi poveri verso i paesi ricchi dell’occidente. In una situazione caratterizzata dalla centralizzazione progressiva, nei paesi ricchi dell’occidente, delle risorse economiche e del potere politico che ne orienta e ne decide l’utilizzazione in tutto il mondo, quella che sirealizza a questo punto è una situazione caratterizzata da un brusco ritorno a situazioni precedenti. I nuovi operai, quelli effettivamente impegnati ad un livello esecutivo nella produzione di beni o di merci, si trovano di nuovo privi, infatti, oltre che di una tutela efficace dei loro diritti, anche della possibilità di esercitare il diritto di voto: nel paese di origine dove votare non è sempre possibile o dove votare conta comunque assai poco e in quello in cui effettivamente lavorano, dove questo diritto non è loro riconosciuto. Come accadeva, nel corso dell’800, in tanti paesi europei in una fase in cui la borghesia, che era stata alleata con il popolo (o con il proletariato) nel suo tentativo di liberarsi dalla prepotenza dei nobili e del clero, tentava di difendersi, ora, dalle posizioni (giacobine, nel senso che si dava allora ad un termine che viene usato oggi, non casualmente, da Silvio Berlusconi) di chi pensava che la libertà, l’uguaglianza e la fraternità di cui si era parlato al tempo della rivoluzione francese fossero valori e principi che riguardavano tutti, anche i non possidenti.
Quelli che sto usando sono, me ne rendo conto benissimo, termini poco usati nel politichese di oggi. Insisto nell’usarli, tuttavia, perché resto convinto del fatto per cui le logiche sottostanti ai comportamenti sociali restano logiche che possono essere comprese solo se si osserva il modo in cui i fatti si sviluppano su tempi sufficientemente lunghi. Ciò che non ha subito senso per la cronaca, ciò che viene da attribuire, per la sua apparente insensatezza, alla follia e al protagonismo di Bush o di Saddam, di Berlusconi o di Blair, assume senso, a mio avviso, nel momento in cui losi colloca in una prospettiva più ampia. Rigurgiti di imperialismo e bisogno (o desiderio) di mantenere lo status quo dello squilibrio fra Nord e Sud del mondo sono fenomeni collegati naturalmente. Che una destra intelligente e realista pensi ad una politica di avvicinamento graduale alle esigenze di chi ha di meno è comprensibile ugualmente, però, se si tiene conto del fatto per cui quello che soprattutto si teme, da quella parte, è un crescere delle tensioni legate alle contraddizioni sociali oltre i limiti delle possibilità di tenerne sotto controllo gli effetti. Un re più intelligente di Luigi XVI e dei consiglieri politici più accorti avrebbero evitato la rivoluzione, forse, se non avessero tentato di prendere di petto le posizioni di chi chiedeva spazio per le richieste di una borghesia che non poteva più tollerare i privilegi del clero e della nobiltà e che fu storicamente “costretta” a cercare l’alleanza delle masse popolari nel momento in cui il re si chiuse a riccio nella difesa di un sistema politico
superato dai fatti.
Quello che è importante pensare, in una prospettiva del genere, è che il riconoscimento del diritto di voto per tutti i lavoratori extracomunitari attivi all’interno dei paesi più fortunati può essere assai più efficace della guerra “preventiva” in una strategia globale di contrasto al terrorismo internazionale basata sul raziocinio invece che sulla rabbia di chi ha paura. Soprattutto, ovviamente, se essa sarà coniugata con interventi serii per lo sviluppo del Sud del mondo. Riconoscendo comunque, però, che le alleanze fra progressisti e conservatori intelligenti sono naturali e necessarie, in fondo, quando problemi di questo tipo vengono affrontati tenendo conto di tutta la loro enorme complessità

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