Immigrati, soli di fronte al magistrato penale- l’Unità 22.09.03
Caro professor Cancrini,
sono un albanese dal Kosovo ex-Jugoslavia, nato il 20 gennaio 1970, residente a Londra, in Inghilterra, con tutti i documenti regolari.
Mi trovo recluso a Rebibbia dal 16 Luglio 2002, con una accusa infamante, di prostituzione e traffico di clandestini (falso tutto ciò che mi viene contestato)! Professore, per il momento sono stato condannato e in attesa di Appello.
Io gentilmente avrei bisogno di un aiuto esterno, perché in Italia sono da solo.
Mi rivolgo a lei in modo da seguire questo caso e tenermi aggiornato sullo svolgimento del mio processo informandosi dal mio avvocato e facendomi sapere il tutto.
Chiedo altresì se lei, gentilmente, possa venire qui in carcere a trovarmi per un colloquio e così io le posso dimostrare il mio inventato processo!
Se gentilmente mi fa sapere qualcosa con una lettera o con una sua personale presenza.
Io attendo una sua risposta con ansia.
La saluto cordialmente.
A.B
La cosa che più mi colpisce nella sua lettera è quella che riguarda il racconto che lei fa della situazione dal punto di vista giuridico. Da quello che lei dice, lei è stato condannato in primo grado e si trova in carcere in attesa del processo in appello. Questo solo fatto configura, mi pare, una discriminazione difficile da accettare con tutti quelli (e sono tanti) che riescono ad allontanare, a volte per sempre, l’esecuzione di una condanna utilizzando i passaggi (le scappatoie) aperti dal nostro codice di procedura penale. Non sono un esperto, non ho le carte, non sono assolutamente in grado di valutare se, dal punto di vista giuridico, questa sua situazione sia anomala o del tutto «normale». Quello che è certo, tuttavia, è che non si può non restare colpiti dal contrasto che c’è fra il destino delle persone ricche e potenti e quello riservato agli extracomunitari in transito nel nostro paese. Essere condannati in primo grado non dovrebbe in nessun caso permettere l’esecuzione di una pena. In un caso come il suo, invece, lei sta in carcere mentre altre persone, come l’onorevole Previti, non solo (e a mio avviso giustamente) non stanno in carcere ma vengono intervistati, sui giornali e in televisione, per dire la loro pubblicamente, senza contraddittorio, dipingendosi come vittime di un sistema iniquo: contro cui, da imputati, si trasformano in accusatori senza dovere di prova.
«Io gentilmente, lei scrive, avrei bisogno di un aiuto esterno perché in Italia sono da solo». E il mio pensiero va, naturalmente, a tutti quelli che si trovano soli di fronte al magistrato penale. Ai bambini e alle bambine che accusano uno dei loro familiari di maltrattamento e/o di abuso sessuale, che debbono sostenere da soli tutto l’iter del processo e che, come premio per la loro testimonianza d’accusa, si ritrovano abbandonati dalla loro famiglia, nel vuoto assoluto, spesso, di risposta da parte dei Servizi. Bambini e bambine che scontano sulla loro pelle il coraggio di aver tentato di liberarsi da una violenza di cui mai nessuno avrebbe saputo nulla se loro non avessero parlato. Bambini e bambine verso cui un’organizzazione sociale come la nostra sembra non sentire alcun tipo di responsabilità o di dovere e
che nulla, di fatto, ha previsto, nella legge scritta, per il risarcimento delle vittime se coloro che hanno fatto loro del male non hanno (come spesso accade) i soldi per risarcire il danno che hanno fatto. In una situazione complessiva in cui anche la possibilità di ricorrere ad un curatore speciale (come pure la legge
astrattamente prevede nel caso di evidente conflitto di interessi fra il minore e coloro che esercitano nei
suoi confronti la patria potestà) è resa difficile, a volte impossibile, dalla impreparazione dei giudici, dalla
lentezza di tutte le burocrazie, dalla difficoltà con cui si arriva a prendere davvero sul serio i problemi inquietanti proposti da un bambino o da una bambina.
Il problema fondamentale della giustizia così come viene amministrata oggi sta, a mio avviso, proprio in
questo: nel fatto per cui l’imputato e la vittima possono ottenere un «giusto processo» solo se non sono soli. Solo se sono in grado, cioè, di avere al loro fianco, per tutta la durata della loro battaglia legale, avvocati esperti e, inevitabilmente, costosi.
Un fatto, questo, di cui si discute poco o nulla quando si parla, da parte del Ministro Castelli e degli
esponenti della Casa delle Libertà, di riforma della giustizia. Il che è naturale in fondo, ma niente affatto
«giusto».
Il divario che c’è nell’amministrazione della giustizia fra ricchi e poveri, fra residenti e immigrati o fra bianchi , neri e latino-americani non è, del resto, un problema solo italiano.
È un problema grave per tutte le grandi democrazie occidentali dove la giustizia, fra tutte le istituzioni, è quella che mantiene un più chiaro significato di classe: basta, per rendersene conto, consultare i dati sulla prevalenza assoluta dei neri nelle carceri e nelle condanne a morte decise dal tribunale americano.
Non è per niente facile immaginare un cambiamento di questa situazione. Quello che sarebbe auspicabile
forse, qui da noi, è la crescita forte di un movimento per la difesa dei diritti di chi sta solo davanti al tribunale penale, formato da avvocati combattivi e capaci del tipo di quelli che già a volte capita di incontrare in casi isolati. Sul piano politico e amministrativo, quello che sarebbe importante immaginare, da parte delle forze di sinistra, è un sostegno concreto a questo tipo di attività. In una società in cui il denaro non può tutto ma può comunque molto, anche di denaro c’è bisogno per estendere a tutti diritti che non possono essere riservati solo a pochi fortunati. Si dice spesso oggi che le persone che si occupano di giustizia nella Casa delle Libertà sono dei «garantisti»: io credo che molti di questi difensori delle garanzie del cittadino meriterebbero piuttosto di essere visti come difensori di una condizione di privilegio. Il vero garantismo non può e non deve riguardare soltanto coloro che hanno la fortuna di
potersi pagare dei buoni avvocati.
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