«Ma la legge sui manicomi non c’entra nulla»- l’Unità 07.05.03

«Ma la legge sui manicomi non c’entra nulla»- l’Unità 07.05.03

Maggio 7, 2003 2001-2010, interventi 0

di Jolanda Bufalini

ROMA Due giustizieri in una settimana sembrano veramente troppi. Due che comprano, in modo del tutto legale, armi. Le coccolano, si esercitano al poligono e poi, in un brutto giorno decidono che tutti i
nodi sono arrivati al pettine: rancori, risentimenti, frustrazioni e fallimenti vanno vendicati, vanno lavati nel sangue. Sparano e scoprono quanto è facile trasformare in realtà un sogno, realizzano i loro piccoli omicidi. In fondo è semplice freddare un pensionato seduto su una panchina e persino il sindaco che non ti ha accontentato nelle tue richieste, la vicina di casa o i passanti. Scoprono, altrettanto rapidamente, che
quella che sembrava la soluzione, la grande liberazione, non ha risolto nulla. E si uccidono. Due giustizieri in una settimana sono effettivamente troppi e naturalmente c’è chi mette sul banco degli imputati la legge “Basaglia”. Il vicesindaco di Milano De Corato, ad esempio, che subito dice: «Tutta colpa della 180», i matti devono essere rinchiusi al manicomio.
Ma le cose stanno proprio così?

No, risponde Luigi Cancrini, psicoterapeuta, che da anni si occupa di psicoterapia e di tossicodipendenze
nelle strutture pubbliche. «Perché i matti, quelli che un tempo erano rinchiusi, hanno comportamenti da matti». Venivano rinchiusi proprio per i loro comportamenti strani. Quelli che sparano, invece, «quando vanno alla Asl per il certificato di nulla osta al possesso di armi, si presentano bene, in giacca e cravatta, mascherano perfettamente il loro disturbo».
No, risponde anche Giovanni Jervis, psichiatra, che lavorò con il padre della 180, Franco Basaglia, pur non condividendone sempre tutte le idee: «Qui c’è un problema specifico molto chiaro: che questi signori erano in possesso di armi e non è lo stesso pensare di uccidere con un coltello o con una pistola, è troppo facile uccidere con un’arma da fuoco». «Questo è quello che salta agli occhi alle persone di buon
senso, a meno che non siano particolarmente retrive». Quanto alla legge che chiuse i manicomi, «non è
più realistico attribuire le carenze ad una legge di 25 anni fa. Oggi funzionano male Asl, ospedali, assistenza sociale: c’è troppa burocrazia e questo ha conseguenze anche nelle situazioni di emergenza». «Con questi chiari di luna – aggiunge Jervis – la legge 180 va difesa, per quanti difetti avesse all’origine, oggi i difetti sono dell’intero sistema e non specifici della psichiatria».
Cancrini condivide: il primo problema è quello delle armi: «C’è un’induzione: la guerra è entrata nelle case, sono troppe le situazioni e le rappresentazioni in cui le armi vengono usate».
D’accordo ma quei due poveretti, Giuseppe Leotta detto ‘u schiantato e Andrea Calderini hanno avuto dalla Asl la licenza. Non c’è un deficit del sistema pubblico? «C’è – spiega Cancrini – perché lo psichiatra ha un solo colloquio e certifica che la persona non ha sintomi evidenti di squilibrio. Il problema è
che, di solito, in questi casi si tratta di disturbi della personalità che possono essere di due diversi tipi: paranoide, ovvero personalità sospettose che cercano nelle armi sicurezza. Oppure tipi espansivi, border line, che mettono le armi al servizio dell’aggressività. Per valutare se la persona ha un disturbo di personalità ci vorrebbero dei test e si dovrebbe intervistare le persone che vivono insieme». Il deficit, dunque, c’è «ed è di cultura psicoterapeutica, perché in questi casi il sintomo non conta».

Già: le persone conviventi, le famiglie. Dice un’inchiesta Doxa presentata ieri al ministero della salute
che gli italiani non sanno quasi nulla sulle malattie mentali e sul disagio psichico e che, se in famiglia si
presentano dei problemi, questi vengono tenuti nascosti. «D’altra parte – aggiunge Cancrini – quando
ci sono questi disturbi in famiglia si deve essere presentato qualche problema, ci devono essere state delle relazioni interpersonali distorte».

L’ideale – per evitare che il soggetto a rischio pensi “ce l’hanno con me” sarebbe un organismo collegiale,
con lo psicologo che fa i test, lo psicoterapeuta, l’assistente sociale.
«Tutti i tentativi di prevenzioneprimaria – afferma Jervis – sono falli ti. Siamo stati più permissivi oppure meno, senza risultati dal punto di vista della salute mentale. C’è, invece, una prevenzione secondaria che potrebbe avere un ruolo molto importante. Ma, in questo caso, la sinistra si deve liberare da un tabù: la scuola deve valutare, questo aiuterebbe molto ad individuare i soggetti a rischio (non nel senso che potrebbero sparare ma nel senso che potrebbero avere dei problemi). Invece, molto spesso i ragazzi arrivano a 18 anni senza sapere quali sono le loro capacità e quali sono i loro limiti. Bisogna sfatare il mito egualitario, non siamo tutti egualmente bravi e intelligenti».
Forse c’è un altro mito da sfatare ed è il collegamento stretto fra disagio sociale e disagio psichico. È
qualcosa che sembra riflettersi nelle parole del vescovo di Acireale, nell’omelia per la tragedia di Acicastello, il prelato faceva riferimento alla piaga della disoccupazione. E, d’altra parte 25 anni fa, sull’onda della legge Basaglia si diceva che le malattie mentali non esistono. «Erano esemplificazioni demagogiche, Basaglia non lo ha mai pensato», sostiene Jervis.
Piano, dice Cancrini. «Io ho trovato bellissime le parole del vescovo e molto giuste, basti pensare che
negli uomini sopra i quarant’anniche perdono il lavoro c’è una fortissima tendenza al suicidio
».
A me, sostiene Jervis, «oggi questo sembra un discorso di comodo.Io sono un vetero marxista e penso
che trent’anni fa c’era da fare un discorso di classe. Mentre oggi in Sicilia è roba di sussidi. Sono cose
diverse».

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