Quei bravi ragazzi diventati «mostri» per troppa normalità -l’Unità 29.10.04

Quei bravi ragazzi diventati «mostri» per troppa normalità -l’Unità 29.10.04

Ottobre 29, 2004 2001-2010, interviste 0

Un ragazzo ha preso ad accettate il proprio padre. E poi ricordate Pietro Maso, Erika e Omar, Bilancia? Persone «normali» fino al momento in cui si «oltrepassa la soglia». Lo chiamano, per comodità, «raptus»
«In realtà – spiega Cancrini – il rischio si annida nell’apparente equilibrio di persone incapaci di affrontare situazioni difficili»

di Oreste Pivetta

Tutta gente normale. Bei ragazzi, belle ragazze, padri di famiglia, magari qualcuno era stato poliziotto o carabiniere, dalla parte dell’ordine, e aveva confidenza con le armi. Rari quelli che erano stati toccati o appena lambiti dal «disordine» pubblico. I normali mostri del nostro tempo sono così, ammesso che il
tempo conti qualcosa, il tempo in senso storico e nel senso del progresso, della ricchezza, del benessere, della cultura, che avremmo voluto spazzassero via la «malattia» di Pietro Maso, che con gli amici del bar uccise i genitori per schei(«Ghavemo da copar gente», si incoraggiarono i compagni la sera prima), di Erika che voleva liberare il suo amore per Omar, di Roberto che tagliò la gola alla fidanzatina nel cortile di scuola, delle ragazzine che uccisero la suora in un viottolo di Chiavenna, ma anche dell’adulto Donato Bilancia, giocatore d’azzardo e omicida sui treni… Aggiungendo i serial killer del cinema, che inquietano per il male che scoprono possibile in ciascuno di noi più che per il sangue o le teste che mozzano. Esplosioni di follia.

Lo chiamano raptus.

Esclusa la razionalità che lega la causa e l’effetto, perchè chiunque può uccidere, massacrare, violentare, la spiegazione più semplice (e giornalistica) è raptus: si dice e si scrive che uno ha ucciso in un raptus di follia, indicando il colpevole per inventare una specie di autoassoluzione collettiva. Isolare i «mostri», i criminali senza motivi e senza morale, per restituire alla nostra modernità le certezze della ragione: che cioè bastino una buona economia, una giusta politica e una chimica evoluta per governare le emozioni e scongiurare la malattia.

«Credo che questi discorsi correnti, luoghi comuni, esaltino un mito, che è invece da sfatare… questa idea che qualcuno di noi possa covare una malattia segreta che all’improvviso esplode», spiega Luigi Cancrini, psichiatra e psicoterapeuta. Un’onda che senza un avviso increspa il mare piatto. «L’esperienza insegna che ogni persona vive di un equilibrio e che talvolta il sistema si rompe. La differenza riguarda il valore della soglia, il limite oltre il quale una persona comincia a comportarsi in modo squilibrato».

La differenza tra il dare e avere della vita: fino a quale passivo si può rimanere “normali”?
«La maggior parte delle persone – spiega Cancrini – che mostrano comportamenti eterolesivi, che fanno del male agli altri, non sono pazienti psichiatrici in senso stretto. Il paziente schizofrenico non è il paziente più pericoloso. Sono gli altri a rischio, quelli in una stabilità apparente, che per questo si tengono lontani da ogni possibilità di cura».

Le persone normali, quando sentono in crisi le loro sicurezze, il marito per bene e attento che di fronte alla moglie che lo vuol lasciare sente crollare un castello di affetti e una rottura come tante diventa l’insulto, la maledizione, il trauma che non può sostenere. Un gesto, una parola, una minaccia rompono la linearità dell’orizzonte di uomini o donne«incapaci di affrontare situazioni difficili e impegnative dal punto di vista affettivo». Un «disturbo di personalità».
Roberto Succo, un ragazzo di Mestre, un serial killer degli anni ottanta tra l’Italia e la Francia (temuto soprattutto in Francia: un famoso scrittore, Bernard-Marie Koltés, gli dedicò una pièce teatrale e una giornalista, Pascale Froment, ne ricostruì la storia) uccise la madre e il padre, soffocandoli. Non mi lasciava respirare, dirà della madre.Non volevo che lo sapesse, dirà del padre. Sciagurate imprese. Ragioni valide, per la sua logica al di là della norma. Morì, dopo otto anni, nel 1988, e dopo sciagurate imprese (quattro assassinii, almeno), allo stesso modo: con la testa chiusa in un sacchetto di plastica. Una foto lo ritrae in casa, attorno al tavolo, con i genitori e i nonni, in festa. Ragioni valide, nella sua logica, potevano sembrare anche quelle di Pierre Rivière, che aveva sgozzato la madre, la sorella e un fratello, per punire la donna della sua maleducazione nei confonti del padre. Pierre Riviére era un ragazzo normale, aveva vent’anni, buona costituzione, statura ordinaria, la pelle gialla, l’aspetto tranquillo ma cupo, lo sguardo obliquo, un temperamento bilioso-malinconico. Non venne riconosciuta la sua pazzia, lui stesso a volte la rivendicò, altre volte la negò come se cercasse una punizione. Venne condannato a morte nella Francia di due secoli fa. «Nessun bisturi, nessuno scanner, nel laboratorio più moderno, nella più felice fantasticheria scientista, permette di afferrare in un essere la natura della tragedia che egli vive», scriverà uno storico della medicina Jean-Pierre Peter, che con Michel Foucault aveva ricostruito la vicenda di Riviére. La distanza di due secoli tra un caso e l’altro e gli altri ancora più vicini a noi traccia la linea retta di un incubo, che la ricchezza o la tecnica non hanno saputo rischiarare.
Ma forse qualcosa di quell’incubo potrebbero intercettare, se è vero, per riprendere Cancrini, che la follia improvvisa quasi sempre non esiste, mentre esistono i passi progressivi della follia, la lenta costruzione di una idea folle o la lenta decostruzione di un equilibrio, la prima volta che Succo si sentì mancare l’aria e Rivière colse l’impudenza della madre. Luoghi comuni. Che senso questo dal punto di vista di ciò che si potrebbe fare? «Intanto – risponde Cancrini – si dovrebbe smentire un luogo comune: che la legge Basaglia diminuendo la durata dei ricoveri ospedalieri ci protegge meno dalla follia. Non è vero. La frequenza degli omicidi emozionali, dopo l’entrata in vigore della legge, si è ridotta. C’è una ragione: chi lo ha conosciuto, teme il ricovero psichiatrico. Sospetta congiure che lo possano riconsegnare al manicomio, per questo evita la terapia anche se ne avverte il bisogno, maschera e occulta il suo malessere, fino alla rottura…». È incapace di un racconto autobiografico. Dice un educatore del minorile di Treviso: «La prima
difficoltà è ricostruire il passato. Lo si nega. Prima difendere il corpo, per uccidere la mente. Abbiamo chiesto ai ragazzi di rappresentarsi. È calato il silenzio».
In Spagna nel programma del governo Zapatero era previsto un intervento in tema di violenza in famiglia. È diventato un progetto di legge presentato alle Cortes, con un limite perchè riflette solo su una violenza di genere, uomo contro donna. Ma nel progetto si considera una cosa importante, cioè si considera che l’omicidio in famiglia è sempre preceduto da una situazione di minacce e scontri e rappresenta l’atto conclusivo di una guerra… È un modello, una indicazione. Si corre in riparo al problema concreto di una donna che se viene malmenata dal marito e si presenta in un commissariato non trova aiuto, rischia se mai di sentirsi ancora più esposta allaviolenza, perchè il marito si vendica.
La legge spagnola promette di aiutarla, anche di fronte al semplice ceffone, garantendo un intervento
immediato e integrato, sociale, psichiatrico, terapeutico, persino in tribunale, con il giudizio nel corso di
ventiquattro ore.
Sostegni. Secondo questa legge, la donna avrebbe diritto a una ospitalità immediata, al sostegno nelle pratiche di separazione, all’aiuto per la ricerca di una casa e di un lavoro…
«A me sembra – commenta Cancrini – una proposta intelligente, per quanto parziale, circoscritta, che potrebbe davvero determinare una diminuzione di omicidi in famiglia, che sono per lo più l’epilogo di
una tensione che si è manifestata in una serie di precedenti. Tensione che diventa altissima quando di
mezzo c’è una separazione… Nella psicopatologia del disturbo di personalità bordeline il terrore di perdere il punto di riferimento affettivo significa perdita di controllo: la minaccia, “me ne vado
via”, è la scintilla che fa scoppiare l’incendio
».
Ordine o libertà. «Rovesciando l’immagine della malattia che all’improvviso si manifesta, mutiamo anche i nostri percorsi: chiamerei persino le forze dell’ordine prima dello psichiatra, perchè le forze dell’ordine possono confermare delle regole anche simbolicamente, possono chiarire le possibilità di ciascuno in rapporto a una terapia, tutelare anche il violento. Nel senso che possono dire: hai diritto a questa libertà, se accetti l’incontro con lo psichiatra, o hai quest’altra possibilità. e altre certezze. Ovviamente non tutti sono d’accordo. Gli ostacoli sono in una malintesa tradizione cattolica, nel dogma della sacralità della famiglia. L’opposizione in Spagna a questa legge considerata troppo laica è forte. La Chiesa non è contenta: preferirebbe che fossero i suoi confessori a raccogliere le paure e le angosce di una donna schiaffeggiata. Due culture si confrontano: quella di chi dice prima la famiglia poi l’individuo con spirito di
sacrificio, noi che vogliamo che prima si considerino l’individuo e la sua responsabilità di scegliere…
».
«Il caso di Erika è stato eccezionale, per l’età e la riservatezza dei familiari. Ma la violenza dei figli contro i genitori è comune. Lavorando tra i tossicodipendenti si conoscono tante storie di ragazzi che picchiano il padre o la madre. Pane quotidiano. Il problema è che se i genitori denunciano il figlio picchiatore le
conseguenze sono sempre troppo gravi e troppo tardive… S’avvia qualcosa che diventa incontrollabile e che precipita, anche nella sanzione del carcere. Che cosa succede se il figlio comincia a spaccare tutto? Chiami il 113, ti chiedono se vuoi sporgere denuncia, se esiti o rinunci se ne vanno, chiami il 118, arrivano
parlano dieci minuti con il ragazzo e poi se ne vanno comunicando che nonpossono fare nulla d’altro. Manca l’intervento che non si concluda necessariamente tra poliziotti, manette, processi interminabili, un intervento anche domiciliare di specialisti della mediazione…». Sarebbe anche questo il luogo di
un welfare moderno. Prima di un delitto, prima di arrivare troppo in fondo.

PDF

About the author

admin:

0 Comments

Would you like to share your thoughts?

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Lascia un commento