Omosessuali, la malattia di chi li disprezza- l’Unità 25.10.04

Omosessuali, la malattia di chi li disprezza- l’Unità 25.10.04

Ottobre 25, 2004 2001-2010, riflessioni 0

Caro Cancrini,
ho letto con sgomento le parole dell’audizione di Rocco Buttiglione, designato commissario europeo alla Commissione “Libertà, giustizia e diritti” dell’Europarlamento e le relative “esternazioni” di “autorevoli” ministri del Parlamento Italiano.
Credo che come persone prima, e come psicologi poi, dovremmo interrogarci sul senso e sulla ricaduta di tali affermazioni a livello sociale e culturale.
Io, personalmente credo che in una società “libera” dovrebbe esistere la possibilità di scegliere psicologicamente quale “attrazione” seguire, omosessuale o eterosessuale che sia. Fino a qualche anno fa la cultura occidentale non riconosceva l’omosessualità come un fenomeno psicosociale, ma lo considerava (e credo che molti la considerino tutt’ora) una patologia.
Attualmente quanto e cosa sappiamo dell’omosessualità?
Con stima
Alessandro Sartori

Quello che sappiamo oggi in tema di omosessualità, a mio avviso, non è per niente poco. Il punto da cui
dovremmo partire, parlandone, è quello della grande quantità di studi e di riflessioni che hanno preceduto la decisione, oggi tranquillamente accettata dalla comunità scientifica internazionale, per cui l’omosessualità in quanto tale non può e non deve essere considerata l’espressione di una malattia. Nessuno psichiatra pone più oggi una diagnosi di omosessualità, infatti, e nessun manuale diagnostico contempla più la possibilità di farlo. Il che vuol dire, semplicemente, che i vecchi medici, compreso Freud, sbagliavano quando presentavano l’omosessualità come un disturbo geneticamente determinato o come il risultato di un errore dello sviluppo. In modo semplice e chiaro possiamo (e dobbiamo) dire oggi, sulla base di quello che sappiamo, che l’omosessualità in quanto tale è una diversità statisticamente minoritaria
ma compatibile non solo con una normale vita di relazione ma anche con quella “capacità di godere e di fare” (Freud) e con quell’armonia complessiva delle persone che integrano i criteri alla base di una definizione scientifica della salute mentale.
Fatto questo chiarimento, il problema del modo in cui si sente un omosessuale dipende soprattutto dal modo in cui la sua diversità è stata ed è considerata dagli altri. Al tempo in cui essa si manifesta, e cioè nell’infanzia o nella adolescenza soprattutto dai suoi familiari che determinano spesso, con le loro reazioni, gran parte dei problemi con cui il ragazzo o la ragazza si confronterà nel corso degli anni. Più tardi, quando diventa più importante anche l’opinione degli altri, dall’insieme dei contesti, scolastici, lavorativi, amicali con cui il ragazzo entrerà in contatto. Dicendo subito che, nella storia naturale della loro condizione, gli omosessuali ritrovano spesso un contrasto evidente fra il modo semplice, naturale, a volte
liberatorio con cui la loro diversità si rivela a loro stessi e il modo impacciato, confuso, intriso di aggressività e di paura con cui gli altri reagiscono al loro tentativo di parlarne. Il conflitto interno vissuto a lungo dalle persone che faticosamente portano avanti la loro scelta omosessuale ha origine,
abitualmente, proprio in questo contrasto fra ciò che appare naturale a chi lo vive da dentro e ciò che appare innaturale, colpevole o vergognoso a chi non capisce e non accetta. Una scelta libera, autonoma e coerente con il proprio orientamento sessuale è spesso l’obiettivo fondamentale di un lavoro terapeutico ben condotto in questo tipo di situazioni.
Un problema molto più difficile da affrontare, credo, è quello che riguarda le reazioni forti, a volte francamente patologiche, che la rivelazione dell’omosessualità (o il semplice fatto che l’omosessualità esiste) suscita in alcune persone.
Nella storia dell’uomo, la paura dell’omosessualità ha sempre generato “mostri” che la combattevano in nome di una ideologia morale o politica le cui manifestazioni estreme sono probabilmente quelle legate alla religione cattolica in tempo di controriforma e al nazismo: due forme di “pensiero” che hanno costruito sulla paura degli omosessuali delle vere e proprie persecuzioni. Quando si ragiona sulla differenza che c’è fra questo tipo di reazione basata sulla paura e quella capacità di accettare l’esistenza dell’omosessualità e del suo manifestarsi caratteristica delle persone più equilibrate e di tutte le culture laiche e progressiste, tuttavia, quello che viene da chiedersi è perché alcune persone si sentono costrette a gridare con tanta forza ancora oggi, in un tempo in cui vere e proprie perversioni non sono più possibili, la loro avversione, la loro paura, il loro disprezzo o il loro odio dichiarato nei confronti dell’omosessualità e degli omosessuali. Com’è accaduto ancora in questi giorni, non solo e non tanto nei discorsi ufficiali di Buttiglione quanto in quelli, sboccati, volgari e indizio franco di psicopatologia, degli esponenti di An e della Lega che hanno sentito il bisogno di sostenerlo.
La spiegazione più semplice che si può dare sul piano psicopatologico di tali atteggiamenti è, a mio avviso, quella legata al fatto per cui pulsioni sessuali contraddittorie sono presenti in tutti gli esseri umani e che il livello di questa contraddizione, però, è diverso da persona a persona. Vi sono, dunque, persone le cui pulsioni omosessuali non sono abbastanza forti da determinare un deciso orientamento della sessualità ma abbastanza forti, comunque, da rendere difficile e faticoso il controllo dei comportamenti. È un riflesso difensivo basato sulla formazione reattiva descritta da Freud in questi casi quello che rende congruo o violento il loro modo di reagire. Sono persone in difficoltà nel tentativo di soffocare parti di sé che non accettano, quelle che con più forza si scagliano contro l’omosessualità degli altri. Integrando, loro sì, una situazione di rilievo psicopatologico nella misura in cui mettono in opera comportamenti direttamente collegati ai loro conflitti interni. Senza avere coscienza di quello che accade a loro, del danno che provocano agli altri e senza sentire, soprattutto, il bisogno di guardarsi dentro per capirne di più.
Perché persone che stanno così male abbiano tanto rilievo nell’opinione pubblica e sui media non è purtroppo difficile da capire. Esse danno voce alle parti più primitive di tante persone che soffrono della loro stessa patologia. In democrazia tutti hanno diritto ad esprimere le loro emozioni più o meno controllate, del resto: anche se, da persona che si occupa di salute mentale io non posso non dispiacermi con lei, caro Sartori, del fatto che lo spazio offerto loro dal grande teatrino dei media in questa fase non li aiuti per niente a ritornare in sé

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