La “diversità comunista” e la prova del governo- l’Unità 16.01.06

La “diversità comunista” e la prova del governo- l’Unità 16.01.06

Gennaio 16, 2006 2001-2010, riflessioni 0

Luigi Cancrini
Chiara Marangio

Gentile dr Cancrini,
sono una donna di sinistra da prima della nascita (credo) quasi mi avessero trasmesso geneticamente i sentimenti, i vissuti (anche dolorosi) del portare avanti delle idee, facendone stile di vita, pane quotidiano. Tutti i giorni lotto nel mio piccolo per sensibilizzare delle persone alle problematiche umane e di interi popoli; tutti i giorni cerco di non cullarmi mai nelle comode e strafottenti comodità di un mondo capitalista; tutti i giorni cerco di vivere in modo essenziale e semplice, sperando in rivoluzioni di idee, in risvegli di massa, in fermenti di popolo. Spero che l’Italia sappia scegliere nelle prossime elezioni e impari a conoscere i diritti che di norma spettano e che gli sono stati tolti. Spero che la gente si accorga di tutto ciò che ogni giorno accade in questo Paese il cui denominatore comune di ogni esperienza è la legge della selezione naturale e ovviamente vince il più forte, non chi ha ragione o intelligenza. Credo fermamente nell’onestà della mia sinistra, credo anche in un errore di ingenuità, credo si sia sottovalutato il livello di schifo che galleggia in certe realtà finanziarie. Ma la sinistra avrà colpa solo se non saprà difendersi nel modo giusto. Ci vuole unità, forza, energia, una luce sola e non mille fiammelle accese qua e là che disorientano e privano di forza. Io voglio vedere questa forza, non voglio che vinca questo regime di qualunquismo in cui tutto si confonde e in cui il buio si preferisce alla definizione dei colori. Io voglio Respiro, come tutti coloro disposti ancora a difendere le proprie idee e a cercare il nuovo, la libertà, la limpidezza. Ma i Nostri devono aiutarci ad esser sicuri che non stiamo facendo vane stronzate, che non siamo poveri illusi o antiquati sognatori.
La ringrazio.

Scrive Eric Hobsbawm nella sua autobiografia (Anni interessanti, autobiografia di uno storico, pubblicata in Italia da Rizzoli) che tre erano i motivi, negli anni ’30, al tempo della sua giovinezza, per cui era possibile diventare comunisti, nei paesi in cui i comunisti non erano al potere. La speranza in un futuro straordinario, prima di tutto, per cui “anche i più sofisticati rivoluzionari” ancora credevano che l’avvento del socialismo avrebbe portato allo sviluppo di una società ideale.
L’internazionalismo, in secondo luogo, scritto nelle leggi della storia, perché il movimento dei comunisti era rivolto a tutta l’umanità e non ad un suo particolare settore proponendo l’ideale di un trascendimento degli egoismi individuali e collettivi. L’idea per cui la realizzazione di questi obiettivi, infine, poteva avvenire solo al termine di una lotta estremamente dura contro avversari inizialmente molto forti e crudeli. “Il partito d’avanguardia di Lenin era nato in mezzo alle persecuzioni, la rivoluzione russa in mezzo alla guerra. Fino alla rivoluzione i comunisti non potevano aspettarsi ricompense dalla loro società. I rivoluzionari di professione potevano aspettarsi solo prigionia, esilio e molto spesso la morte (anche se il partito) non apprezzava assolutamente il culto del martirio individuale” (pag. 159).
È a questo insieme di motivi, credo, che è naturale collegare quel modello speciale di moralità “più alto di chiunque non sia un santo” di cui ancora Hobsbawm parla nelle sue memorie e da cui tanti di noi sono stati affascinati nel momento in cui aderivano ad un partito destinato, dalle regole non scritte della guerra fredda, a restare minoritario. Nel Parlamento e nel paese. Testimoni di quello che la società avrebbe potuto essere e non era, oppositori aperti di quella degenerazione consumistica in cui il capitalismo “amerikano” stava tentando di trascinarci tutti.
Cosa è accaduto oggi di quel clima, di quei motivi, di quei livelli superiori di moralità non è facile dire.
Guardando con occhio di storico, tentando di porsi “in una posizione leggermente angolata rispetto all’ universo”, Hobsbawm nota, prima di tutto che i comunisti da lui conosciuti nell’occidente (dove erano minoranza priva di potere reale) erano regolarmente assai diversi da quelli che il potere lo avevano e lo esercitavano nei paesi in cui erano riusciti a conquistarlo. Persone, tutte, che tendevano a presentare come realizzata o quasi realizzata una società ideale che ideale non era invece affatto. Comunisti che si muovevano, dunque, in modo del tutto speculare a quello dei comunisti dei paesi occidentali. Aprendo un problema di fondo, per il comunista di allora, sulla possibilità di credere davvero che la tendenza all’utopia e alla moralità si fossero distribuite in modo uguale solo fra coloro che hanno una visione politica “di sinistra”.
Quella con cui dobbiamo misurarci oggi, per capire quello che sta accadendo è una situazione politica completamente diversa da quella vissuta e analizzata da Eric Hobsbawm. Un paese come il nostro è, all’inizio del XXI secolo, uno dei pochi paesi del mondo in cui la fine della guerra fredda ha aperto all’improvviso la possibilità di arrivare alla gestione del potere politico a un gruppo dirigente che si era formato sull’idea di una necessaria diversità: nel senso proposto, pochi anni prima della sua morte da Enrico Berlinguer. Un gruppo dirigente costretto a liberarsi in fretta, dunque, nel momento in cui entrava a far parte delle élites che prendono decisioni importanti su quello che accade all’interno del paese, di quella purezza quasi francescana dei comportamenti cui si era attenuta fino ad allora la militanza nel partito e che viene rimpianta, non tanto paradossalmente, oggi, soprattutto dai suoi avversari politici. La contiguità o il collateralismo con il movimento sindacale o con il mondo cooperativo, importanti da sempre, hanno assunto inevitabilmente da allora, infatti un significato diverso da quello che avevano prima nella misura in cui non servivano più a sostenere, rendendola possibile, una opposizione al blocco di potere costituito intorno alla DC ma iniziavano a proporsi come organizzazioni legittime nella espressione della loro attività e legittimamente rappresentate da forze politiche che esercitano un potere reale o che aspirano ad esercitarlo di nuovo. Legittimamente partecipando, dunque, alla formulazione dei loro progetti e condividendo, almeno in parte, le scelte come è naturale che accada in una società la cui economia non è basata sulla pianificazione statale e sulla proprietà pubblica delle imprese ma sulla forza di tutte le iniziative private. Quello di cui occorre rendersi conto sino in fondo a questo punto, cara Chiara, è che avere ed esprimere delle simpatie politiche per il mondo della cooperazione e/o per il privato sociale deve essere considerato del tutto naturale in una situazione come questa perché i partiti della sinistra non sognano più la rivoluzione ma solo, più realisticamente, una più corretta distribuzione del reddito e delle opportunità ed una migliore capacità di farsi carico, dall’interno di un paese ricco, delle ingiustizie sociali da cui il mondo continua ad essere inutilmente straziato.

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