Chi vuole il diritto alle cure e chi i «cattivi» da rieducare- l’Unità 22.03.04
Caro Cancrini,
sono psicologa e psicoterapeuta.
Circa un mese fa sono stata contattata da un’Associazione romana che si occupa di tossicodipendenza che mi ha offerto un lavoro. Il collega che mi ha chiamato mi ha spiegato al telefono brevemente che si trattava di un lavoro di ricerca. L’impegno richiesto era di 4-5 turni a settimana di 4 ore. Nel colloquio, dopo pochi giorni, mi ha spiegato che avevano attivato un progetto di ricerca triennale, presumo con i fondi della 309/90, nel campo delle tossicodipendenze. La ricerca che riguardava quattro filoni principali sembrava complessa e riguardava vari ambiti intorno al fenomeno tossicodipendenza.
Al termine del colloquio il collega mi diceche la paga prevista per questo lavoro sarebbe stata di 1000 Euro lordi mensili.
Nel privato sociale in genere i pagamenti anche per i professionisti sono assai più bassi. Così mi sono resa disponibile ad iniziare il lavoro insieme a loro. La prima (ed unica!) mattina arrivo puntualmente
all’appuntamento. Dopo poco arriva il collega, mi spiega che la nuova sede non ha ancora gli allacci telefonici per cui è meglio andare a lavorare nella sede principale dell’associazione. Così partiamo ed io
mi ritrovo proiettata in una striscia di vignette comiche. Entro in un mega appartamento in una zona di Roma molto ricca… bandiere dell’Italia appese ovunque, fasce nere attaccate agli attaccapanni nelle stanze. Il collega mi dice su quale scrivania posso lavorare. Mi siedo. Sulla scrivania appare come per “incanto” una stampa gigantesca della Folgore. Accendo il computer. Sul desktop del Pc tra i vari file
ne appare uno, che non apro per discrezione ma anche perché terrorizzata, che si chiama: “la scuola fascista”. Mi hanno chiesto di preparare un questionario e ormai sono lì. In uno stato di trance lavoro
su un questionario rivolto agli operatori dei Ser.T. e delle basse soglie. Mentre mi confronto con il collega su questo, capisco che vogliono usare i dati per avvalorare la proposta di legge Fini: sostenendo che i
Servizi Pubblici e le basse soglie cronicizzano gli utenti. Nel frattempo nella stessa stanza c’è una donna vestita di nero all’altra scrivania. Credo sia una “responsabile”. Apre le mail, fa un solitario. Ogni tanto entra la segretaria a chiederle qualcosa. Poi alle 12 circa (menomale è quasi finita!) la segretaria le si rivolge dicendole che sta scendendo a prendere da mangiare per tutti e le chiede cosa vuole.
La donna le risponde in maniera molto sgarbata che lei sa già cosa le piace. La segretaria si volta verso di me e mi chiede molto gentilmente se gradisco qualcosa al bar. Le rispondo, imbarazzata e viola in volto, di no e la ringrazio. Poi vado dal collega, gli porto il questionario. Lui mi da l’appuntamento per l’indomani. Finalmente esco. Appena in strada, tra lo sbalordito e lo sconvolto mi attacco al telefonino mentre mi dirigo alla macchina. Chiamo un mio amico. Balbettando gli dico: “Aiuto, sono caduta in un fumetto, tiratemi fuori” poi tento nella confusione di spiegare quello che avevo visto. Il mio amico scoppia a ridere ed inizia a prendermi in giro cantando “faccetta nera”. È proprio vero, gli amici si vedono nel momento del bisogno. Poi chiamo una mia amica e collega. Stessa richiesta, stessa reazione. Ridono tutti! Il pomeriggio dello stesso giorno una sola frase mi ronza in testa: “Meglio sotto ai ponti ma con un minimo di dignità e coerenza!”. Così chiamo il tipo dell’Associazione e gli dico, il più gentilmente possibile e cercando a quel punto di non ridere anche io, che non se ne fa niente perché io ho altre idee e se faccio un lavoro ho bisogno anche di credere in quello che faccio.
Finalmente più leggera continuo la mia vita facendo finta di aver avuto un incubo comico. È da un mese che tutti i miei amici mi prendono in giro… Però c’è del serio in tutto questo! Perché le strutture del privato sociale crollano sotto i debiti? Perché i professionisti come me e come mille altri si arrabattano per pagare l’affitto o il mutuo e per continuare a fare il lavoro che gli piace? Forse perché nelle altre strutture (il cui personale è in gran parte di sinistra) non ci sono bandiere rosse, falci e martelli e foto del Che??
Lettera Firmata
Il primo commento che viene
da fare di fronte ad un racconto come questo è anche il più semplice. “Dunque i soldi ci sono!”, viene da dire a chi, lavorando in questo settore sa quanto stia incidendo la politica del governo Berlusconi sulle attività del pubblico e del privato sociale che si occupano di persone con problemi di dipendenza. Tagliando il fondo nazionale droga (Tremonti ha usato per altri fini buona parte del 25% destinato ai progetti del governo), bloccando i bilanci sanitari delle Regioni e delle Asl molte delle quali hanno smesso
di pagare le rette degli utenti ricoverati in comunità terapeutiche e bloccando qualsiasi tipo di adeguamento degli organici di Sert inutilmente chiamati, dalle esigenze di chi sta male, a nuovi e difficili compiti. È un impasto diabolico di iniziative quello che (a) toglie i fondi per l’assistenza, (b) facilita il compito dei trafficanti di droga indebolendo i servizi di cura e, più apertamente, con una legge sul rientro in anonimato dei capitali dall’estero che sembra fatta apposta per evitare la lotta contro il riciclaggio del denaro sporco così importante contro i trafficanti di droga ed a cui tanto impegno avevano dedicato uomini come Falcone o Di Gennaro,
(c) tenta di nascondere la propria attività di sostanziale favoreggiamento (di cocaina, in fondo, ne gira molta proprio negli ambienti “rampanti” dei nuovi ricchi e, a volte, dei nuovi politici..) con grida manzoniane e proposte di legge “durissime” contro la droga e i drogati. Quello di cui non mi ero reso bene conto fino al momento in cui ti mi hai reso questa tua testimonianza, tuttavia, è che alla fine, anche il favoreggiamento ha dei costi. Che un insieme di ricerche volte a sostenere la plausibilità di una legge come quella voluta da Fini, non esistono in natura (chi fa ricerca seria non fornisce dati utili a chi sostiene quel tipo di legge) e vanno dunque “inventate”. Commissionandole ad enti che danno le necessarie
garanzie di non scientificità (se fossero davvero scientifiche potrebbero essere pericolose) e di fedeltà acritica (bandiere, uniformi, linguaggio e ispirazione: fermamente e dichiaratamente fascista). Pagandole, però: coi soldi dei contribuenti che hanno deciso di metterli al governo e che li hanno con ciò messi in condizione (non sostiene questo da sempre Berlusconi, l’unto del Signore?) d’essere loro a decidere cos’è
giusto o cosa non lo è, cos’è scientifico e cosa non lo è. Uno dei primi atti del governo nel campo delle tossicodipendenze, in fondo, è stato quello di non rinnovare le convenzioni con il Consiglio Nazionale delle Ricerche: un covo pericoloso di Komunisti in grado, se lasciati liberi di farlo, di fornire dati che si potrebbero permettere di non essere in sintonia con la volontà degli eletti.
I soldi, dunque, ci sono. Sono impiegati però diversamente. Al bando le Comunità che si sono dotate di tecnici competenti, che tentano di pagare regolarmente i loro stipendi, che si impegnano sul serio nelle attività di cura. Cattivi da rieducare e basta, i tossicodipendenti dovranno scegliere d’ora in poi fra le comunità di San Patrignano o di Don Gelmini (dove non c’è personale professionale pagato) e il carcere. Fini, Berlusconi, Bossi, Follini, Maroni e un po’ di gente intorno a loro hanno deciso che è così, che il problema di chi sta male con la droga è un problema da risolvere con la forza delle punizioni, rinnegando quell’idea di “diritto alle cure” su cui si impegnarono tanto gli estensori della legge del 1975. Erano tempi, quelli, in cui i politici credevano nella riforma sanitaria ed in una sanità aperta davvero a tutti: anche a quelli che hanno problemi di droga. Sono tempi, questi, in cui una cultura politica di governo sempre più attenta alla difesa e al mantenimento dei privilegi altro non può fare che colpire duramente in basso.
A livello in particolare degli ultimi: colpevoli, come tutti ben sanno, della loro tendenza a farsi emarginare. E che vanno dunque puniti da quegli stessi magistrati accusati fino a ieri di voler prevaricare i politici e che si vorrebbe incaricare oggi di usare il polso duro verso i più deboli, quelli che stanno male.
Un’ultima osservazione sulla tua lettera è quella che riguarda la tua risposta. La motivazione che dai al tuo rifiuto, infatti, è quello semplice della dignità: un elemento di cui, nella loro ottusa semplicità, gli estensori della legge Fini sembrano non aver tenuto conto.
Immaginando che quello degli operatori impegnati nel campo della dipendenza sia un esercito di straccioni, di persone disposte ad obbedire a qualsiasi capo e qualsiasi direttiva, essi dimostrano in fondo di non aver capito nulla. Quello in cui viviamo, infatti, è anche un paese adulto, maturo, in cui si capisce bene il perché di un premier che vuol parlare sempre da solo, senza contraddittori, e il perché di un gruppo di ministri che cura un progetto di legge senza aver consultato le persone, le associazioni di famiglie, le associazioni culturali, le rappresentanze di chi in questo campo lavora, accumulando esperienze e competenze, da anni ed anni. Doveva essere, il 2004, l’anno in cui il governo avrebbe dovuto convocare (per legge: ma che importa a loro delle leggi?) una conferenza nazionale proprio in questo settore. Avrebbe potuto e dovuto essere quella la sede in cui un governo serio avrebbe esposto le sue tesi, accettato ed utilizzato un confronto. Quella cui ci troviamo di fronte, invece, è solo una proposta di legge maturata nella testa di chi si occupa soprattutto di visibilità di Fini e dei suoi e su cui si tenta a posteriori di commissionare ricerche in grado di sostenerle.
Utilizzando per propaganda “politica” fondi che la Regione Lazio avrebbe potuto usare in altro modo.
Ne sapremo un giorno qualcosa in più? Può darsi. Sulla base, magari, di un intervento in Consiglio Regionale dei rappresentanti della sinistra. Quello che già oggi sappiamo con sufficiente chiarezza, tuttavia, è che questo modo di governare non è soltanto sbagliato. È profondamente disonesto ed antidemocratico.
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