«Badiamo da oltre un decennio un trentenne malato mentale grave»

«Badiamo da oltre un decennio un trentenne malato mentale grave»

Luglio 15, 2002 2001-2010 0

Caro Professor Cancrini,
apprezziamo grandemente la diligente schiettezza con cui R. Santo Del Bono le ha posto un bel quesito.
Non solo, apprezziamo la sua sapiente risposta articolata sotto l’urlo d’angoscia e la psicoterapia come diritto (Pagina 31 edizione dell’Unità di lunedì 17 giugno 2002). È una pagina di cui sarebbe per beni infiniti opportuno riprodurla in milioni di copie eogni una singolarmente incorniciarla e farla appendere a fianco al crocefisso in essere dappertutto.
Non abbiamo la capacità intellettuale per redigerne un ben preciso e specifico commento. Siamo pressoché analfabeti, tranne chi scrive che grazie alle Mazzini d’Ancona nell’ottobre del 1945 ottenne in regalo la licenza di quinta elementare per arruolarsi nelle guardie carcerarie, per cui da allora a tutt’oggi è riuscito ad imparare a leggere e un pochino anche a scrivere a macchina.
E veniamo quindi al punto. Per la verità siamo affetti dalla debolezza di chiamare le persone e cose col nome proprio. Vorrà perciò averci per scusati e così cominciamo.
Badiamo da oltre un decennio un trentenne malato mentale grave. Da quando per convenienze politiche ad un primario psichiatrico di formazione Basaglia è stato imposto l’obbligo di farsi da parte il Centro d’Igiene Mentale che con lungimirante iniziativa era stato tanto bene istituito, non ha mandato più come prima gli educatori a prelevarlo per ricondurlo poi nel pomeriggio a domicilio. Rimane così molte ore del giorno a letto. Noi lo facciamo alzare, gli facciamo il bagno, la barba. Gli laviamo le parti intime in necessità. Cambio delle biancheria interna ed esterna secondo consuetudine. Gli prepariamo la colazione al mattino, pranzo a mezzogiorno e cena la sera. Lo conduciamo sovente a passeggio scegliendo il percorso al centro della città affollata.
Consigliati dal medico di famiglia – dai medici privati preferiamo almeno per il momento tenerci in disparte – somministriamo verso le ore 20 tutti i giorni: n. 11 gocce di Tavor; n.10 gocce di Impronen; n. 1 pasticca di Dissipal al che dorme sereno e tranquillo. Nei momenti in cui cambia un po’ umore lo assecondiamo in tutto e per tutto standogli parsimoniosamente vicini: non ci crea alcun problema di sorta.
Alcuni anni orsono influenzati da cattivi consiglieri secondo i quali la debolezza mentale migliora e si guarisce soltanto ricorrendo alla somministrazione medicinale in degenza coatta, lo ricoverammo presso il cosiddetto repartino psichiatrico dell’Ospedale Civile Umberto I d’Ancona. Al terzo giorno di ricovero – protestando energicamente chiedendo di ritornare a casa propria, lo trovammo imbottito di psicofarmaci e legato come Giuda inchiodò Gesù Cristo alla Croce. In quel momento di sera tarda chiedemmo subito l’immediata dimissione. Senonché il personale quasi tutti assenti tranne due elementi non meglio qualificati ci risposero che l’assistito poiché era maggiorenne i genitori o chi per essi non avevano la patria potestà per avanzare richieste.
I trattamenti di tal genere dimostra un comportamento mostruoso econdannabile senza appello. Queste
brutte e brutali storie accadono perché chi ha il dovere di adempiere ai propri compiti di assistenza, chi è a capo delle maggiori responsabilità, dimentichi di essersi laureati per far star bene, nell’esercizio delle funzioni per ignoranza o regioni di comodo soffocano e talvolta uccidono. Se non è vero come si spiegano i sotto indicati macabri episodi?
a) Morte in psichiatria, Gian Luca Avanzi – guarda caso è accaduto di recente proprio là dove era stato ricoverato il nostro assistito. A conferma compieghiamo alla presente copia di ritaglio d’un giornale;
b) Storia dei 19 disabili tenuti in una specie di lagher in territorio pugliese e lasciati bruciare vivi;
c) stampa e televisione in data 13 e 14 febbraio 2000 porta a conoscenza che dei malati mentali in un istituto di Palermo erano stati gettati in un sotterraneo e lasciati in abbandono nudi tra la merda e le urine;
d) leggasi lettera riportata da giornali, di cui si allega copia, il 29enne Maurizio Corona raccontando fa
piangere il ministro Rosy Bindi: infermieri posseduti da satana lo legano e gli dicono: e adesso cagati e
pisciati addosso.
E per concludere non vogliamo criminalizzare nessuno, ma i signori psichiatri che sono contro la teoria
del Basaglia e che è difficile capire le loro ragioni quando accusano Crepet perché nei suoi discorsi ha detto che la Sanità Psichiatrica è in fallimento, dove e come si giustificano in ordine alle storie delle sevizie e torture come sopra descritto?…
Noi abbiamo dimostrato e stiamo dimostrando seguendo il dianzi trentenne citato anche in famiglia o
a domicilio è possibile curare il malato mentale anche quando è profondamente grave. Oltre la scienza
medica occorre la forza di una grande volontà. Certo che se a chi si propone di assolvere ad un ruolo di
assistenza come lo stiamo facendo noi, gli fa schifo la merda e non vuole essere disturbato dai bassi e
alti del malato in questione, cambi mestiere.
Non si macchia la coscienza di assassinio.
Non pensiamo frattanto che queste brutalità così brutte si possano risolvere politicamente con chi ad altissimo livello politico e di governo non ha neppure il tempo per tutelare gli aerei supersonici che posseggono per spostamenti personali e che non si possono permettere di distrarsi dalla preminente difesa dei propri interessi di valore incalcolabile, si potrebbe però cominciare a parlare coi sindaci, presidenti delle Province e degli Enti regionali che assolvono alle amministrazioni di sinistra.
Primo esempio: gli assessori che si occupano delle politiche sociali, basterebbe che informassero quanti handicappati controlla la Prefettura, di quale età e sesso. Come vivono: in strutture pubbliche o private ovverosia in ospedali, case protette, in casa propria o sotto i ponti. A quali livelli reddituali appartengono.
Pubblicizzare di chi la competenza di applicazione dell’Art. 12 della Costituzione che tutela la salute dell’individuo come fondamentale diritto di cure agli indigenti. In modo anche da evitare che quando si tratta di affrontare il bisogno mancano sempre diciannove soldi per fare una lira mentre la realtà è ben diversa.
Secondo esempio: con la nostra anzianità, appartenenti alla generazione degli ottantenni, siamo sempre più vicini alla data da cui non si sfugge. In tal caso – sia ben chiaro il discorso non è di carattere personalistico ma generale – mancando noi al nostro assistito rimanendo solo, abituato a stare in cura domiciliare, destinandolo chissà in quale diavolo di ricovero pubblico o privato, si inalbera al punto
da scatenarsi. Al che secondo i trattamenti sopraesposti finirà per essere massacrato.
Questo si dice è un paese falso civile, ma non è solo falso civile: è una giungla…
Una cosa poi – tanto per finire – più assurda che in nostra sostituzione potrebbe subentrare il fratello, oppure la cugina o altri stretti in parentela, ma per farlo chi tra di essi se ne incaricherebbe non potrebbe perché dovrebbe lasciare il lavoro che gli serve per sopravvivere e senza del quale impossibile non essendo nessuno tra i tanti abituato a vivere d’aria.
C’è stata però la Livia Turco che nell’ultima finanziaria approvata dal governo di centro sinistra aveva
inserito una provvidenza per la famiglia che poi alla fine tutto sommato altro non è che il costo e anche molto inferiore a quello richiesto dalle esigenze dei ricoveri coatti ma il fiume in piena del 13 maggio ha travolto quelle speranze e così, buona notte sonatore.
Con i più cordiali saluti
Guido Barboni
e Filomena Maria Simonetti
Ancona

La testimonianza che proponete e che mi è sembrato giusto pubblicare integralmente è semplicemente agghiacciante. Costringe me ed il lettore a confrontarsi con gli orrori e le miserie di un quotidiano che scorre intorno a noi come se fosse invisibile. Di cui continuiamo a non renderci conto se non per brevi momenti nel momento in cui scoppia uno scandalo o arriva una lettera. Di cui, a livello ufficiale, ci si vergogna, quasi a far finta che non esista. Perché, ne sono sicuro, una vicenda come la vostra non compare nei bilanci o nei progetti della ASL che dovrebbe essere competente per territorio. Perché, dobbiamo verificarlo insieme ancora una volta, la debolezza delle strutture che sono chiamate ad intervenire con adulti portatori di handicap gravi è di fatto paurosa: per mancanza di soldi e di
professionalità, di visibilità mediatica e di interesse del pubblico per il problema.
I soldi, prima di tutto. Le pensioni di invalidità prevedono cifre che hanno un senso per l’handicappato solo se arrivano all’interno di una famiglia che ha altri redditi. Non consentono e non prevedono l’autonomia della persona invalida. Il fatto che esse vengano erogate in rapporto all’entità dell’handicap è giusto. Quella che andrebbe valutata con attenzione, però, è anche la situazione economica dell’invalido nel suo complesso. Condizioni decenti di vita gli vanno garantite comunque, anche nel momento in cui i suoi familiari non possono più occuparsi di lui o di lei. Le residenze offerte dal pubblico, direttamente o tramite convenzione, sono spesso dei lagers e quelle private costano troppo. Su strade tracciate dalla Bindi, il progetto dovrebbe essere quello dell’accreditamento di tutte le strutture, di adeguamento delle rette e di controllo serio, di conseguenza, sul loro funzionamento. Quello che va chiarito con forza ancora una volta, tuttavia, è un concetto semplice di politica dell’assistenza: il portatore di handicap ha dei diritti anche quando non è più un bambino; il rispetto di questi diritti ha dei costi; un paese civile dovrebbe considerare prioritario l’impegno di sostenerli tenendo conto delle differenze, che esistono, nel potere economico delle famiglie; le cose più importanti da fare, in questa direzione, riguardano lo sviluppo di una assistenza domiciliare seria, lo sviluppo e il controllo di strutture residenziali adeguate.
La professionalità, in secondo luogo.
Lavorare con pazienti che hanno risorse limitate chiede competenze specialistiche nel campo riabilitativo,
amore per il proprio lavoro e un certo livello di solidità psicologica di base. Viviamo in un paese che ha sempre considerato il lavoro riabilitativo come un lavoro non particolarmente qualificato.
Le persone che lo svolgono ricevono stipendi modesti e lavorano, molto spesso, in condizioni di assoluta precarietà. Curarsi del loro aggiornamento professionale, delle loro difficoltà economiche, del modo in cui le loro emozioni incidono sulla qualità del lavoro e del rischio che hanno di andare incontro a fenomeni di
burn-out non interessa nessuno dei loro datori di lavoro. L’appiattimento in routine delle loro prestazioni, il diniego con cui si difendono dalla percezione insopportabile di un dolore che non sono in grado di alleviare, la crisi drammatica e irreversibile delle loro motivazioni vengono di rado prese in considerazione da chi dovrebbe sentirsi responsabile della organizzazione del loro lavoro. In casi estremi, del tipo di quelli da voi indicati, quella che può mettersi in moto da parte dei non famigliari è una forma più o meno grave di rabbia espressa nei confronti delle persone più deboli di cui sono ormai costrette ad occuparsi. È soprattutto di questo che intendo parlare quando parlo di strutture residenziali e di assistenza domiciliare «seria», perché chi si occupa di persone con handicap e di sostegno alle loro famiglie deve avere rapporti con una équipe interdisciplinare disponibile ad accogliere e a discutere i suoi dubbi, le sue angosce ed i suoi entusiasmi. Aiutandolo nella formulazione di programmi ragionevoli. Aiutandolo a sentire l’importanza e la difficoltà del suo compito.
La visibilità mediatica del diritto negato agli invalidi è un problema generale della nostra cultura. Ossessionati dalla pubblicità, gli esseri umani si pensano (si sognano) forti, belli, tendenzialmente perfetti. L’immagine dell’handicappato stride in questo contesto e va negata, relegata all’interno di programmi specialistici da trasmettere in orari deboli. A meno che, ovviamente, non ci sia una notizia abbastanza forte da bucare lo schermo raggiungendo il telegiornale: dove l’incuria evidenziata dall’incendio o dal fatto comunque eccezionale della denuncia diventa reato, però, e perciò stesso fatto eccezionale che verrà corretto in fretta (carabinieri e magistrati compaiono sempre in questi filmati), non condizione generale di un’assistenza male organizzata e difficile da modificare.
L’ultimo problema, quello politico, è probabilmente quello più rilevante.
Il macrodiniego, scrive Cohen in un bel libro dedicato agli Stati di negazione (l’editore è Carocci), avviene a livello di società. Il macrodiniego, tuttavia può essere affrontato. Come nel caso della violenza domestica che «è passata, attraverso una sequenza tormentata, dal diniego al riconoscimento. Nella fase del diniego, il fenomeno era nascosto agli sguardi estranei, normalizzato, contenuto e coperto. Il muro di pubblico silenzio era costruito dalla designazione delle donne a proprietà, dall’esercizio del dominio a diritto del maschio, dalla protezione della famiglia a spazio privato ecc. La fase del riconoscimento è cominciata con le rivelazioni delle vittime, dei movimenti d’ispirazione femminista e dei professionisti. Alla fine sono emersi un dibattito separato – politico, di supporto, con dei poteri di auto-determinazione – e un numero di istituzioni: sanzioni, poteri d’intervento per centri sanitari ed enti di assistenza legale, centri di accoglienza per le donne maltrattate, agenzie di autogestione, ecc.»
Qualcosa di simile potremo raccontare un giorno in tema di violenza subita dagli handicappati gravi, dalle persone con poche risorse, da parte di un sistema socio-assistenziale che li considera, in buona sostanza, come una grave scocciatura, come un problema irrisolvibile e frustrante da affrontare facendo il massimo di economia e il minimo di rumore? Dipende, in fondo, soprattutto da noi, dalla pazienza e dalla passione che sapremo mettere in gioco per far riconoscere una condizione diffusa e negata.
Ripetendo e portando avanti l’operazione culturale che ha portato 25 anni fa al superamento degli Ospedali Psichiatrici: rendendo impossibile la negazione della loro esistenza Franco Basaglia costrinse allora una società intera a prendere atto delle ingiustizie e delle sopraffazioni che venivano compiute al loro interno. Quello di cui c’è bisogno oggi è un passaggio ulteriore: la dimostrazione a tutti e
l’impossibilità per tutti di negare il fatto per cui quelli che sono usciti e molti altri che nell’Ospedale Psichiatrico non sono mai entrati hanno diritto ad essere curati sul serio. In famiglia e fuori. Da persone competenti. In modo fortemente personalizzato.
Con grande rispetto: per loro, per quello che hanno sofferto, per quelli che li amano o che li hanno amati.

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