Il servilismo spontaneo che aiuta le dittature- l’Unità 26.11.01

Il servilismo spontaneo che aiuta le dittature- l’Unità 26.11.01

Novembre 26, 2002 2001-2010 0

Cara Unità, Caro Cancrini,
ho letto una sua bella risposta alla «lettera firmata» su l’Unità del 29/10 e vorrei dire al compagno che si sente «fuori dal coro» di non preoccuparsi troppo perché non è solo e comunque è in buona compagnia.
Nonostante lo schieramento mediatico-squadrista dei vari Ferrara junior, Guzzanti senior e dei numerosi camerati di fatto, molti non hanno infatti rinunciato a penare con a propria testa, e non soltanto della nostra parte politica. Basti citare, ad esempio, i recenti interventi di Marcello Veneziani sull’adunata pro-americar empire indetta dal «Ben» (diminutivo di Benito) e il bellissimo editoriale del 25/10/01 di Massimo Fini su «Il Tempo» dal titolo: «Lo scontro fra due fondamentalismi».
A proposito di conformismo, vorrei ricordare un aneddoto raccontato da mio nonno, Ercole Grazia dei (figlio di Antonio Graziadei, uno dei fondatori del Pcd’I) nel libro «Persone» edito da Mondadori nel 1966.
Siamo nel 1936. Il 6 dicembre Luigi Pirandello si ammala e, quattro gorni dopo muore. L’intellighentsia dell’epoca si riunisce nel suo studio da pittore. In fin di mattinata inizia a circolare di mano in mano un foglietto, scritto della calligrafia di lui, che testualmente dice:

MIE ULTIME VOLONTÀ DA RISPETTARE
I. Sia lasciata passare in silenzio la mia morte. Agli amici, ai nemici preghiera non che di parlarne sui giornali, ma di non farne pur cenno. Né annunzi né partecipazioni.
II. Morto, non mi si vesta. Mi s’avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso.
II. Carro infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni, né parenti, né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta.
IV. Bruciatemi. E il mio corpo, appena arso, sia lasciato disperdere; perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l’urna cineraria portata in Sicilia e murata in
qualche rozza pietra di campagna di Girgenti, dove nacqui.

Il Concordato era recente. Il fascismo – l’Impero! – sempre più potente ed osservante. Dominava sui pensieri dei presenti una preoccupazione: l’opportunità del documento, e in particolare dell’ordine di
cremazione. Attorno alla carta si formarono due partiti: uno, rigoroso, era per la soppressione; l’altro, possibilista, si contententava di vederla non attuata. In favore della terza soluzione – l’esecuzione della volontà del defunto – stava una infima minoranza: tre figli più un paio di visitatori.
La tensione raggiunse punte aspre. L’alternativa stava chiaramente fra l’osservanza della volontà del morto e l’osservanza tout court. Nell’intellettualità ufficiale presente la discrasia fra ingegno e carattere si
toccava con mano. Un fattore nuovo si produsse all’imbrunire. Uno dei notabili, allontanatosi brevemente, tornò col messaggio destinato a squarciare il velo: «Si faccia come ha detto lui». Il rapido pensatore aveva sottoposta attraverso Alfieri – ministro della cultura popolare – la questione al Duce, il quale aveva così sentenziato.
D’incanto cessarono le questioni di principio, svanirono gli scrupoli religiosi.
Le considerazioni di opportunità, esse, si trovavano rovesciate: l’osservanza stava oramai dall’altra parte. Ecco l’essenza di ogni dittatura: la rinuncia al pensiero autonomo, l’autocensura, il servilismo, l’obbligo di schierarsi, il conformismo. Non ci siamo ancora, ma se la guerra e il bombardamento mediatico-squadrista durano abbastanza, ci arriveremo.
Ringrazio quindi l’Unità e il direttore Furio Colombo per il contributo sacrosanto che state dando per la causa della libertà di pensiero e lancio il seguente grido di battaglia: liberi pensatori di tutto il mondo, unitevi!
Saluti e auguri di buon lavoro.
Avv. Antonio J. Manca Graziadei,
Roma

La ringrazio molto della sua lettera. È bella. È scritta con intelligenza. Ci pone di fronte ad un passaggio cruciale del tempo che stiamo vivendo.
Le dittature, dobbiamo ricordarlo sempre, non si presentano come tali fin dall’ inizio. In un bellissimo libro dedicato ad una piccola città tedesca, Allen documentò con accuratezza particolare“come si diventa nazisti“. La storia di Mussolini è una storia fatta di piccoli passi e rapide accelerazioni verso una forma di potere assoluto. Il modo in cui Stalin supera la distinzione fra partito e governo mandando all’aria una forma di democrazia basata sui soviet è inesorabile ma si sviluppa anch’essa nel corso di un certo numero d’anni. Il servilismo di chi si identifica con il capo, in buona o in cattiva fede, diventa solidarietà operante nel momento in cui colui che lo pratica viene messo in un luogo di responsabilità da dove esercita un certo grado di potere. L’occupazione dei luoghi del potere da parte di persone fidate, legate direttamente al capo, costituisce il passaggio cruciale della trasformazione di una società democratica in una dittatura. La libertà di esprimere le proprie opinioni non può essere mantenuta a lungo, tuttavia all’interno di un ordine sociale in cui la grande novità è rappresentata dal fatto per cui, se l’opinione che esprimi serve ai disegni del capo, la tua posizione ne trae giovamento e di quello ad esso direttamente collegato per cui, se non gli serve tu potresti (il condizionale è d’obbligo ma solo all’inizio) averne degli svantaggi (all’inizio) dei danni (più tardi).
Se davvero la storia ci può essere maestra, dunque, l’interrogativo che siamo costretti a porci di fronte ad ogni tipo di movimento mediatico-squadrista del tipo di cui lei parla può essere formulato nel modo seguente: viviamo già oggi, cominciamo a vivere già oggi, in una situazione in cui le nostre carriere, la nostra ricchezza privata, gli spazi di cui disponiamo per continuare ad esprimere le nostre idee dipendono soprattutto dalla nostra capacità di essere servili? Se così fosse, infatti, la china che scende verso un tipo di organizzazione sociale in cui quello che comanda è un uomo o un gruppo di uomini che in lui si riconoscono (che in Lui si riconoscono) è, potrebbe essere, una china davvero scivolosa. Da cui può essere davvero difficile risalire.
La risposta che a me viene di dare pensando all’ora e qui della situazione italiana è una risposta aperta. L’opposizione esiste e parla, infatti, il blocco mediatico a sostegno del capo è potente e maggioritario ma
non esclude la circolazione libera delle idee. C’è uno spazio importante, ancora, per evitare che questo paese vada alla deriva. I rischi ci sono, tuttavia, e a tratti si prova paura. Quelle che si stanno combattendo, infatti, sono almeno due battaglie fondamentali per l’avvenire della democrazia in Italia.
Il nodo dell’informazione, prima di tutto, è un nodo su cui, al di là delle polemiche, occorrerebbe forse aprire un fronte di discussione molto più aggressivo di quello aperto fino ad oggi. Il diktat imposto ai
giornalisti televisivi in RAI che non hanno potuto fornire i numeri dei partecipanti alle due manifestazioni dell’11 novembre a Roma (il pubblico televisivo non doveva sapere che gli antiglobal erano di più dei
berlusconiani) è un segnale inquietante che qualcuno avrebbe dovuto insorgere e denunciare. L’idea per cui l’avvicinarsi del momento in cui il controllo della RAI passerà nelle mani della “Casa delle Libertà” abbia avuto una qualche importanza nel definirsi di una scelta (servile) di tanti giornalisti non è soltanto legittima. È il segnale di quello che potrebbe accadere se la paura di avere dei problemi mettendosi contro quelli che comandano aprisse una fase in cui il servilismo spontaneo (libero?) di molti operatori dell’informazione saldasse definitivamente a quello che lei chiama «il blocco mediatico-squadrista dei camerati di fatto» l’informazione che viene dalle televisioni pubbliche. Le garanzie offerte all’opposizione dalla nomina di Petruccioli alla Presidenza della Commissione di vigilanza sono sufficienti ad evitare che questo passaggio si verifichi? Io credo proprio di no e mi chiedo se non sia il caso di immaginare una strategia più forte dell’opposizione su questo terreno.
Il nodo della giustizia, in secondo luogo, mi sembra stia venendo alla luce in forme che fanno ancora più paura. L’attacco frontale ai giudici scomodi proposto da Taormina sulla falsariga davvero staliniana delle demonizzazioni non argomentate potrebbe essere anche smentito o attenuato da un mediatore “supremo” che riuscirà ad incassare insieme gli effetti dell’attacco e quelli della mediazione. Il rischio che,
calato il clamore su un caso vistoso ma personale, l’attacco “alle correnti organizzate” apra ora il campo a gruppi meno visibili di persone in grado di ribaltare i rapporti di forza negli organi di governo della magistratura rendendoli più obbedienti a chi comanda oggi mi sembra, tuttavia, davvero molto grande. La malattia
del servilismo è una malattia contagiosa e i rapporti di potere nelle organizzazioni possono risentirne in modo particolarmente grave.
Lo scenario peggiore, evidentemente, è
quello di una situazione in cui, fra tre o cinque anni, processi di questo tipo avranno definito una regola non scritta del sistema giornalistico e giudiziario, quella per cui il servilismo esercitato nei confronti del potere politico sarà più importante dei meriti e delle competenze. Una regola che permetterebbe a chi esercita il potere di non impegnarsi in un sistema di prepotenze e di provocazioni troppo vistoso: costruendosi intorno consenso e rispettabilità. Tutto questo vuol dire che corriamo un rischio reale di tornare a vecchi tipi di dittatura? Io penso proprio di no. Le dittature del 2000 saranno, se ci saranno, dittature morbide. La proprietà e la gestione disinvolta del potere economico, politico, giudiziario e mediatico da parte di un unico gruppo raccolto intorno ad un unico capo non avrà bisogno di gulag, di campi di sterminio o di leggi razziali. Consentiranno una dittatura appunto morbida sostenuta da un consenso ampio.
Il servilismo stavolta potrebbe bastare perché quello che non c’è più (che sembra non esserci più, che potrebbe non esserci più) è una cultura alternativa sufficientemente organizzata e forte. I vecchi dittatori, in fondo, potrebbero sembrare abbastanza cretini se li si dovesse confrontare ai nuovi: manageriali, impomatati, sorridenti e mai crudeli in virtù della forza che viene loro dalla presenza massiccia, in tutte le case, di terminali potentissimi che regolano il flusso delle informazioni: terminali capaci di convincere una maggioranza ampia di persone del fatto per cui quello sarebbe comunque il migliore deimondi possibile.
Come in un grande, straordinario, sofisticato e grossolanissimo Truman-show.

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