Malattia mentale, chi garantisce il diritto e la libertà di curarsi- l’Unità 05.11.01
Ho letto sull’Unità di lunedì 8 ottobre la Sua risposta alla lettera della Sig. ra Laura Bergagna. Volevo fare
una considerazione in merito.
Come donna di sinistra, mi è sembrata un po’ strana la difesa in toto della superiorità culturale e religiosa del mondo islamico. Ripenso alla lotta, nella sinistra femminile italiana per, l’emancipazione della donna, la legge sull’aborto, la legge sul Divorzio ecc…
Io, come donna, preferisco vivere nel tanto deprecato Occidente dove ho la possibilità di gestire la mia mente ed il mio corpo.
A parte ciò, le scrivo prendendo spunto dal titolo della Sua rubrica «Diritti Negati». Nel giugno ‘95 scrissi una lettera a l’Unità che fu pubblicata, denunciando, come mamma di un malato di mente, quanto a mio figlio fosse negato «Il diritto ad essere curato».
L’attuale legislazione, vecchia ormai di 23 anni e mai aggiornata, stabilisce come intervenire nei momenti di crisi, ma lascia ai malati che non riconoscono la loro malattia la libertà di scelta se curarsi o no.
Sono malati, talvolta silenziosi all’esterno, ma essi esprimono la loro grande sofferenza all’interno della famiglia. Ragazzi giovani che si sono chiusi in camera anche per 8 anni, senza mai uscirne se non per i bisogni fisiologici e, quando si va al Centro di Salute Mentale per sollecitare una visita domiciliare, ci è stato anche risposto: «Il malato ha i suoi tempi».
Passano i mesi, gli anni. In alcuni casi, nei contatti con l’esterno, i nostri pazienti non creano grandi problemi e sembrano non essere pericolosi, ma lo sono sicuramente per se stessi rifiutando qualsiasi approccio terapeutico ed avviandosi alla cronicità.
Quanto ai nostri figli, ammalatisi giovanissimi, sono diventati cronici? Perché un ragazzo schizofrenico non ha lo stesso diritto alla cura di un altro, magari cardiopatico? Già, dimenticavo, la cura «deve essere una libera scelta» altrimenti si viola il rispetto della persona che, invece si ottiene abbandonandola nelle
strade, con la prospettiva di una vita da emarginato oppure, ancora peggio, di finire relegato in un O.P.G. (Ospedale Psichiatrico Giudiziario) perché ritenuto «Socialmente pericoloso». Parlo di cura, non di manicomio. Lei, allora, mi rispose sulla stessa pagina de l’Unità, che tutto quanto io denunciavo nella mia
lettera non dipendeva dalla legge 180 ma, soprattutto, dalla scarsa professionalità degli operatori e quindi, noi familiari, avremmo dovuto denunciare gli stessi per «omissione di soccorso».
Tale suggerimento non era necessario in quanto l’Arap, Associazione per la Riforma dell’Assistenza Psichiatrica alla quale sono associata, da sempre invia degli esposti volti a denunciare i molti casi di omissione di soccorso nei riguardi di malati psichiatrici.
Tali esposti sono inviati a mezzo raccomandata A.R. al direttore della Asl, al Direttore del Dipartimento di Salute Mentale, al Responsabile del Centro di Salute Mentale ma senza alcun risultato.
Le sarei grata se volesse pubblicare la mia lettera.
Marcella Vanni
Vorrei chiarire prima di tutto che, nella mia precedente risposta, non intendevo proporre una superiorità della cultura islamica sulla nostra. Intendevo solo dire che giudichiamo e biasimiamo, parlandone, aspetti particolari di una cultura che conosciamo poco.
Nei confronti della quale siamo, più o meno consapevolmente prevenuti: come prevenuti sono sicuramente loro nei confronti della nostra che conoscono, loro, altrettanto poco. Quando la tensione cresce, purtroppo, incomprensioni reciproche di questo genere possono provocare dei disastri. Combatterle dall’interno della propria cultura come io ho tentato di fare è utile forse e probabilmente necessario per tentare di evitarli.
Perciò che riguarda la questione che più le sta a cuore, invece, debbo dirle subito che ho davvero poca fiducia di essere convincente. Le persone che partono, nelle loro argomentazioni, da una dolorosa
esperienza personale sviluppano inevitabilmente, nei confronti dei tecnici che non risolvono il loro problema concreto, una diffidenza sempre più forte man mano che il tempo passa e la speranza di
farcela diminuisce. Quelli con cui ci si arrabbia, in situazioni di questo tipo, sono soprattutto i tecnici che sono stati percepiti all’inizio come persone che affrontano la questione con un ottimismo esagerato. Con gli psichiatri, nel caso specifico della psichiatria, che hanno fatto balenare l’idea per cui il superamento dell’ospedale psichiatrico avrebbe coinciso con il superamento delle malattie psichiatriche.
Difendendo, come sarebbe stato giusto se il superamento ci fosse stato davvero, il diritto del malato ad essere curato solo se lo chiede: solo se accetta di essere curato.
Il problema è, tuttavia, che ci sono molti modi di chiedere una terapia. Chiudersi per otto giorni, per otto mesi o per otto anni in una stanza è, a mio avviso, un modo di comunicare sulla propria sofferenza: proponendo la propria difficoltà o impossibilità di uscire. La malattia psichiatrica grave è prima di tutto questo, infatti, difficoltà o impossibilità di comunicare in modo normale, di spiegare quello che si sente, di riconoscere con le parole il proprio bisogno di aiuto. Ed è da questa semplice considerazione che dovrebbero partire coloro che operano nei servizi psichiatrici: prendendo sul serio le richieste d’aiuto che vengono veicolate, com’è naturale, dai familiari; ascoltandoli, facendosi carico del problema che portano, lavorando con loro per far esprimere la propria sofferenza al paziente che si è chiuso in casa, convincendolo attivamente a curarsi.
Tutto questo per dirle che lei ha ragione quando denuncia come assurdo un modo di lavorare sui problemi psichiatrici che si basa sul paradosso di chi chiede al paziente che non può farlo di formulare le
sue richieste di cure. E aggiungendo però, perché su questo mi pare che gli equivoci siano davvero molti, che gli operatori del servizio psichiatrico che vogliono comportarsi in modo diverso hanno bisogno
di competenze professionali che molti di loro oggi non hanno. Decodificare il linguaggio del sintomo e intervenire di conseguenza chiede, infatti, una formazione psicoterapeutica solida, una capacità di
coinvolgersi senza bruciarsi in situazioni di estrema difficoltà. Soprattutto per chi è chiamato a lavorare in casi come quello di cui lei parla, l’immagine che io uso con i miei studenti è quella del pilota che deve
guidare una Ferrari: possibile che si continui ad affidarla a persone che non hanno neppure preso la patente?
La patente necessaria per prendere in carico e guidare la famiglia di un paziente che sta così male da chiudersi in casa rinunciando per lunghi periodi ad ogni tipo di iniziativa e di attività e senza esser capace
di chiedere aiuto può essere rilasciata, questo almeno è il mio parere, solo a persone che sono in grado di organizzare e di gestire un lavoro psicoterapeutico.
Ergersi a garanti di una non meglio precisata «libera scelta» del malato è, in situazioni del genere, un modo di nascondersi dietro la propria paura. Intervenire facendo qualcosa di utile chiede pazienza, tuttavia, capacità di ascoltare e di lavorare in équipe. Il problema, cara lettrice, è soprattutto quello dell’Università: una Università che non riesce ad offrire ai futuri operatori dei servizi psichiatrici quella formazione psicoterapeutica di cui loro avrebbero soprattutto bisogno. Una Università che è rimasta impenetrabile, da Freud in poi, alle conquiste di una ricerca, quella psicoterapeutica, che ha enormemente arricchito e spesso rivoluzionato le nostre conoscenze sulle persone che stanno male e sul funzionamento della loro mente.
Una Università che ha delegato ad altri la formazione psicoterapeutica degli operatori e che si propone, oggi, come il baluardo più forte della vecchia psichiatria.
Se di una legge abbiamo bisogno per cambiare in tema di assistenza psichiatrica permettendole di affrontare situazioni come quelle di cui lei parla, di una legge si tratta che deve rendere effettivo il diritto
di chi sta male ad essere trattato in modo corretto da professionisti competenti. La cultura psicoterapeutica deve entrare per legge nei servizi, i servizi devono saper offrire interventi di livello psicoterapeutico. Cercando a casa sua il paziente che non va nel servizio. Tutto il resto, a mio avviso, sono parole: giochi di potere, di soldi, di paura e di differenze incrociate.
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