Se una «tata» immigrata cammina al centro della strada- l’Unità 24.06.02

Se una «tata» immigrata cammina al centro della strada- l’Unità 24.06.02

Giugno 24, 2002 2001-2010 0

Gentile Professore,
sto frequentando presso l’Università Roma 3 un Master intitolato «Politiche dell’incontro, nuova cittadinanza e pratica dei diritti nei contesti migratori», ed è proprio in conseguenza di tale frequenza e dell’aver conosciuto molti dati relativi al fenomeno dell’immigrazione che Le scrivo.
Ho letto con un interesse ancora più grande di quello consueto la Sua rubrica del 10 giugno e mi sono venuti in mente altri «diritti negati» agli stranieri, in particolare a quelli che finiscono in carcere. In Italia dagli anni 90 ad oggi si è passati da una popolazione carceraria complessiva di 30.000 detenuti, ad una
di circa 56.000, di cui pressappoco il 30% è straniera. Da circa 4.000 persone sottoposte a pene alternative negli anni 90 a circa 40.000 e di queste persone pochissime sono gli stranieri. Il rapporto fra cittadini italiani carcerati e liberi è 1/1000, per gli stranieri di 10/1000.
Perché gli stranieri finiscono in carcere e vi restano? Perché subiscono una doppia discriminazione, processuale e penitenziaria. Processuale, perché essi non conoscono le nostre leggi, la nostra lingua e sono fragili economicamente. Sono vittime di una giustizia di classe, lunga per i ricchi, al limite della prescrizione (v. Berlusconi e Previti) e rapida per gli stranieri e i non abbienti in genere, che non possono sostenere i costi di un processo lungo. Penitenziaria perché, anche in presenza di reati di piccola gravità a loro il magistrato applica l’obbligo della difesa cautelare, perché lo straniero non ha una casa o qualcuno che garantisca per lui. La conseguenza è che pochissimi possono godere dell’affidamento in prova o della semilibertà e in generale delle misure alternative.
Spero di non averla annoiata, ma Lei comprende benissimo che tutti questi fattori di discriminazione subiranno un’impennata con la nuova legge Bossi-Fini sull’immigrazione e purtroppo di questo si parla troppo poco o affatto.
Con stima
Lorenza Giangregorio

La cosa che più mi colpisce, quando si parla di emigranti e del loro rapporto con i residenti, è la differenza abissale che c’è fra le posizioni dei residenti che conoscono gli emigranti, li incontrano, ci parlano, si interessano dei loro problemi e quelle di chi ne parla, invece, solo da lontano: identificando gli extracomunitari con i lavavetri e con i mendicanti, con le immagini televisive di quelli che arrivano dal mare e di quelli che finiscono in manette. Fra chi si occupa, in qualsiasi modo, dell’essere umano immigrato e chi si occupa, dal punto di vista economico, politico e di principio, dei fenomeni migratori. Conoscere da vicino una persona meno fortunata di te, che ha dovuto lasciare il suo paese, i suoi affetti e
la sua vita di sempre per trovare lavoro e occasioni di sopravvivenza mette in moto naturalmente, infatti, un sentimento di empatia, un desiderio di aiutare e di condividere. Guardare da fuori, con freddezza, a quello che accade con o fra persone che non si conoscono e non si frequentano mette in moto, altrettanto naturalmente, un riflesso difensivo basato sul rifiuto e sull’allontanamento dell’altro. La
cultura di chi parla un linguaggio umanitario è largamente basata sulla ricerca, a volte sul bisogno, della condivisione. La cultura di chi parla il linguaggio della diplomazia e del ragionamento economico o politico è un linguaggio largamente basato, invece, sulla difesa dei propri spazi, sulla diffidenza e sul timore dell’incontro. Scrive Hobsbawm in un saggio intitolato «Il trionfo della borghesia» (l’edizione italiana è di Laterza) che uno dei contrasti più difficili da spiegare nella storia del pensiero liberale sta proprio qui, nella difficoltà di conciliare l’idea egualitaria su cui il liberalismo era nato protestando contro i
privilegi della nobiltà e del clero con il fatto reale delle differenze fra ricchi e poveri, legate ad una irregolare distribuzione del potere e della ricchezza, caratteristico della società dominata dalla borghesia.
Fu all’epoca il razzismo, sostiene Hobsbawm, la giustificazione «scientifica» della disuguaglianza necessaria per mettere in pace la coscienza di chi voleva coniugare l’idea della libertà con quella del predominio dei pochi sui molti. Preparando il terreno alla follia ideologica del nazismo e del fascismo, (in)culturalmente ambedue fondati, come oggi non piace più a molti ricordare, sull’idea «forte» di una superiorità geneticamente determinata della razza ariana. Ma preparando il terreno, anche nei paesi liberali più moderati, ad una convinzione profonda e diffusa dei benefici che gli esseri più progrediti possono elargire a quelli che di progresso ne hanno fatto un po’ meno.
Quelli che abbiamo oggi al posto del razzismo antropologico di allora, basato sullo studio delle abitudini e delle dimensioni del cranio, sono essenzialmente due tipi di discorso. Uno pseudoragionamento economico basato sull’idea per cui il progresso ed il benessere dei paesi più fortunati verrebbe meno in crisi dal riconoscimento di quelli che sono i diritti fondamentali del Sud del mondo: ragionamento o pseudoragionamento in aperta contraddizione con i dati sulla apertura progressiva, in questo ultimo mezzo secolo, della forbice economica fra paesi ricchi e poveri e dall’osservazione sul rapporto che c’è fra l’apertura progressiva della forbice e l’ipocrisia delle politiche di indebitamento economico e tecnologico su cui si pensa di continuare a basare il proprio «aiuto» a chi si trova in difficoltà.
Ed uno pseudoragionamento politico, drammaticamente amplificato dopo l’11 settembre, sulla pericolosità del terzo mondo e sull’idea per cui povertà, invidia, ignoranza, sovrappopolazione e sottosviluppo aprono spazi enormi all’azione di quelli che i borghesi perbene chiamavano «mestatori» politici e che oggi vengono definiti direttamente terroristi o complici dei terroristi. Persone spregiudicate, violente, gonfie d’odio che mirabilmente si prestano ad impersonare la figura del cattivo all’inizio del terzo millennio. Persone cui gli esperti a livello scientifico di sfruttamento economico addebitano oggi, con indignazione più o meno sincera, lo sfruttamento ideologico di grandi masse di persone non ancora in grado di ragionare con la loro testa.
Mi sembra davvero possibile considerare la xenofobia di oggi, quella così abilmente accarezzata oggi e sollecitata da Bossi, da Fini e dalla maggioranza che ha voluto dar valore di legge dello Stato alla stupidità delle loro paure, come il risultato naturale e assai difficile da contrastare dell’azione congiunta di questi due discorsi fondamentali. Discorsi che solleticano naturalmente e incisivamente la paura di perdere quello che si ha (il cittadino medio come il bambino fra i due e i quattro anni: «questo è mio, nessuno lo deve toccare») ed il bisogno di un nemico esterno, cattivo a tutto tondo, su cui proiettare tutti insieme un odio che potrebbe altrimenti dilaniare, esacerbando i conflitti che percorrono, oggi, le società più forti, quelle riunite dei vertici del G8 o del G9: società che sono insieme ricche e infelici, potenti e povere di
idealità in cui l’essere umano possa riconoscersi ed esaltarsi.
Diventa purtroppo perfettamente logica e per molti versi naturale, in una situazione di questo tipo, l’incapacità di vedere con gli occhi dell’intelligenza e la forza del senso morale, il modo profondamente ingiusto, eticamente inaccettabile, in cui funzionano le istituzioni chiamate a confrontarsi ogni giorno con i problemi propri degli stranieri. A proposito di sanità e di giustizia in particolare, come lei correttamente riferisce, perché il rapporto fra livello delle prestazioni e livello del potere (economico e di status) di chi le riceve è lì particolarmente evidente e perché particolarmente evidente è, lì, il rapporto fra il livello basso delle prestazioni effettivamente fornite e l’aggravarsi o il cronicizzarsi
dei problemi che le avevano rese necessarie. Molto più in generale e nella testa della gente comune, tuttavia, nella misura in cui lo stato d’animo che si sta diffondendo sulla base della approvazione di una legge come quella voluta da Bossi e da Fini è uno stato d’animo destinato a scavare solchi sempre più profondi fra indigeni ed emigrati; fra persone che si sentono in diritto e in dovere di tenere ben stretto e di difendere tutto quello che hanno dalle pretese dei nuovi barbari e persone che ingiustamente credono
di essere arrivate in paesi civili, in mezzo a persone educate al rispetto dei diritti di tutti.
Un episodio piccolo ma significativo di questo stato d’animo è accaduto di recente a Trastevere, Roma, alla tata di mio figlio. Lo portava sul passeggino camminando al centro della strada, com’è naturale fare dove passano solo i pedoni e dove non ci sono marciapiedi, quando una signora benvestita ha cominciato a lamentarsi ad alta voce del modo in cui gli extracomunitari occupano spazio nella nostra città. Togliendolo a quelli che sono nati qui. Camminando senza pudore al centro della strada e non nascondendosi, ben defilati, lungo i muri. Quando la tata ha molto civilmente chiesto delle spiegazioni, del resto, quelli che sono intervenuti subito a sostegno della signora benvestita sono stati altri tre signori, altrettanto benvestiti, che hanno rapidamente messo in fuga la straniera. Riconquistando il sacro suolo della patria dagli stranieri che l’avevano usurpato: sotto gli occhi perplessi di un bambino italiano che è per fortuna ancora troppo piccolo per capire quello che stava accadendo.
Mi è capitato spesso di pensare, in questi giorni, al modo in cui tanti italiani hanno sofferto, in questi giorni, del modo in cui sono stati cacciati via dal mondiale. Un arbitro equadoreno ha distrutto, si dice, i sogni pallonari del nostro paese un tempo bello e gentile. Quanti sogni distruggiamo noi ogni giorno, mi sono chiesto, di persone che vengono da quel lontano paese o da altri che vivono le stesse condizioni di subalternità economica e politica?
Al di là delle intenzioni coscienti dei singoli, l’odio genera odio, la sopraffazione mette in moto sentimenti di rivalsa. Spirali in crescita continua.
Spirali dai cui effetti sarà difficile difendere noi, i nostri figli e i figli dei nostri figli. Sui campi di pallone, nelle strade delle nostre città e sui sentieri complessi della vita

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